Noi paesaggio

27 Settembre 2022

A dispetto del crescente interesse dell’editoria per questioni legate all’ambiente, l’ecocritica italiana pare essere stata svolta finora prevalentemente in lingua inglese, da studiosi che o lavorano all’estero, o con l’estero intendono dialogare: è il caso di diverse delle opere di indubbio valore che compongono la lista in continuo aggiornamento dei contributi italiani alla disciplina, come Italian Ecocinema beyond the Human di Elena Past, Elemental Narratives: Reading Envinronmental Entanglements in Modern Italy  di Enrico Cesaretti, o Landscapes in Between: Environmental Change in Modern Italian Literature and Film e Toxic Matters: Narrating Italy’s Dioxin di Monica Seger. Se il lavoro di uno storico dell’ambiente come Marco Armiero o di un climatologo come Luca Mercalli, o ancora di filosofi dall’attento sguardo ecologico come Leonardo Caffo ed Emanuele Coccia, trovano senza difficoltà un pubblico e soprattutto una collocazione editoriale solida, lo stesso non sembra avvenire per chi sceglie di investigare l’intersezione tra letteratura ed ecologia.

Questo non dovrebbe stupire troppo: la critica italiana tende a essere tradizionalmente avversa ad approcci multidisciplinari e culturalistici come l’ecocritica (e del resto l’Italia è un Paese in cui le battaglie più dure si combattono contro nemici che ancora non si sono manifestati nei patrii confini, dal politicamente corretto ai cultural studies).

Eppure, l’interesse per questa intersezione, e ancora di più per il racconto dell’ecologia, esiste tanto presso il pubblico che presso le nuove generazioni di studiosi; ed è in questo contesto che si colloca l’uscita, per il Saggiatore, di Paesaggio civile. Storie di ambiente, cultura e resistenza di Serenella Iovino, professoressa alla University of North Carolina at Chapel Hill dopo quasi vent’anni a Torino. Il contributo di Iovino all’ecocritica italiana può essere definito poco meno che essenziale: è lecito dire, senza timore di esagerare, che senza i suoi studi le environmental humanities italiane avrebbero un aspetto ben diverso, e sicuramente più povero. Attraverso un lungo lavoro intellettuale ed editoriale, con libri importanti come Ecologia letteraria: Una strategia di sopravvivenza, curatele quali Material Ecocriticism (con Serpil Oppermann) e Italy and the Environmental Humanities. Landscapes, Natures, Ecologies (con Enrico Cesaretti ed Elena Past), e innumerevoli articoli e interventi, Iovino ha contribuito ad aprire una strada che in molti hanno seguito e si apprestano a seguire. 

Paesaggio civile è una traduzione: il libro era uscito per Bloomsbury nel 2016 col titolo Ecocriticism and Italy. Ecology, Resistance, and Liberation. Questa versione italiana, tradotta e in gran parte riscritta dalla stessa Iovino, ha subito qualche taglio, molte aggiunte e qualche aggiustamento, che smussano le inevitabili spigolosità di un libro accademico e lo rendono avvicinabile da tutti. Ecocriticism and Italy aveva vinto diversi premi, e anche a rileggerlo nella sua versione italiana non è difficile capire perché: raccontando al contempo i paesaggi italiani e le loro rappresentazioni e rielaborazioni, Iovino costruisce un rigoroso e appassionato discorso sulle complesse stratigrafie ecologiche, storiche e culturali del nostro Paese.

Che quello che è probabilmente il testo più importante, maturo e sfaccettato dell’ecocritica italiana arrivi in Italia solo dopo sei anni dalla sua pubblicazione in inglese è, di nuovo, un paradosso che dice più sul clima culturale che circonda questa disciplina in Italia che sull’interesse che questo lavoro è in grado di suscitare. È solo per deformazione professionale che mi soffermo sull’importanza per la disciplina di quest’opera, che al contrario è accessibile e può interessare anche il lettore non specializzato: la qualità principe di questo volume è la sua profonda leggibilità – una qualità che non va a discapito della complessità del discorso, perché i moltissimi rimandi a questioni politiche, civili e letterarie procedono armoniosamente in una prosa sostenuta e appassionata.

Paesaggio civile è un viaggio in Italia, nelle testualità ecologiche e tossiche del Paese, e nell’intersezione interminabile di storie che lo attraversano. La questione della testualità è il primo nodo essenziale, nell’avvicinarsi a questo libro. Si pensa spesso, dall’esterno, che fare ecocritica sia poco più che indagare la “natura” (o gli alberi, o gli animali…) come tema in una serie di lavori, o peggio ancora, che consista nell’investigare cosa certi autori pensavano degli argomenti suddetti, usando la letteratura come documento per un’analisi quasi sociologica. In Paesaggio civile, invece, si interroga il paesaggio come testo, anche attraverso i testi che lo compongono. Come scrive Iovino, 

Un testo è qualcosa che può essere letto: un libro, una scritta su un muro, uno spartito musicale, una poesia, una fotografia, un film, una pièce teatrale. Ma «testo» può anche essere altro: per esempio, la tessitura materiale di significati, esperienze, processi e sostanze che compongono la vita di esseri e luoghi. Un testo, in questo senso, emerge dall’incontro di azioni, discorsi, immaginazione ed elementi fisici che si coagulano in forme materiali. I paesaggi sono testi, e anche i corpi lo sono. Sono testi perché attraverso di essi possiamo leggere le storie di relazioni socia- li e rapporti di potere, equilibri e squilibri biologici, il concreto prendere forma di spazi, territori, vita umana e non umana. (12)

“Nel loro fondersi con le dinamiche del mondo «fuori»”, continua Iovino, “i nostri racconti danno voce a storie di ecosistemi, di processi, di situazioni in cui persone vulnerabili condividono lo stesso destino di terre e forme di vita vulnerabili” (14). In questa teorizzazione delle testualità, Iovino riprende i concetti chiave del material ecocriticism: l’idea che l’agentività del non-umano si intersechi con le vicende e coi racconti individuali producendo significati ulteriori e amplificati. 

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In Paesaggio civile, il lettore segue Iovino (che spesso, coerentemente con l’importanza attribuita al racconto, indugia su ricordi ed esperienze personali, raccogliendo così le storie altrui e intrecciandole alla propria) attraverso quattro capitoli, dedicati ciascuno a un luogo fisico e simbolico dell’Italia. Questo percorso si svolge in maniera insieme multidisciplinare, unendo filosofia, critica letteraria e storia ambientale, e multimediale, intercettando varie forme d’arte e letterarie – e non a caso il volume è impreziosito da un ricco apparato iconografico in coda. Il primo capitolo è dedicato alla natura porosa di Napoli, tra Walter Benjamin, Curzio Malaparte, il lavoro del fotografo Mario Amura, e la crisi dei rifiuti che colpisce la città da decenni. Nel secondo capitolo, invece, Iovino affronta la testualità tossica di Venezia, tra Thomas Mann, Andrea Zanzotto e Marco Paolini, dilungandosi sulla fabbrica dei veleni del petrolchimico e sul rapporto faustiano della città con la modernità industriale, da Porto Marghera al Mose. 

L’attenzione alle città, per Iovino, è centrale: città intesa come “un corpo poroso abitato da altri corpi porosi, un aggregato minerale-vegetale-animale di corpi porosi. Le città sono aggregati di materia ed energia: insiemi di esseri umani e non umani, materia vivente e non vivente, legati da un rapporto di reciproca trasformazione, che permette loro di partecipare alle «geocoreografie» del mondo” (25). Lo sguardo che l’autrice getta su Napoli e Venezia è insieme diacronico, perché abbraccia la loro temporalità profonda, e sincronico, perché tiene insieme una pluralità di elementi diversi che saremmo invece abituati a considerare separati. L’attenzione alla città come spazio poroso di incontro di agentività diverse va in parallelo con l’attenzione al corpo (soprattutto nelle splendide pagine dedicate a Morte a Venezia) e ai modi in cui il paesaggio influisce su di esso, magari avvelenandolo, come nel caso del petrolchimico di Marghera; il corpo, in Paesaggio civile, “è un agente semiotico nella sua stessa materialità. È nel corpo che si materializzano e si esprimono le forze che determinano la vita di un luogo” (51).

Il terzo capitolo, invece, è dedicato a tre terremoti (Irpinia, Belice e L’Aquila), che Iovino racconta attraverso Franco Arminio e Vincenzo Consolo, la land art di Alberto Burri e le fotografie (di nuovo) di Mario Amura, per mostrare il momento in cui un evento geologico diventa, attraverso il suo racconto, un evento storico entro il quale le catastrofi non sono mai solo naturali, ma investono e si intersecano con l’azione dell’uomo. L’ultimo capitolo, invece, si sposta nelle Langhe, dove Iovino racconta la Resistenza di Nuto Revelli e il modello Slow Food, assieme a un altro grande rimosso tossico, l’amianto. L’esempio di Revelli, una parte essenziale del cui lavoro è stata dedicata alla raccolta delle esperienze biografiche dei contadini del cuneese, è particolarmente importante: non sono solo le grandi storie e le grandi opere letterarie ad avere un peso nel definire un paesaggio, ma anche, e forse soprattutto, quelle individuali, “condivise e collettive”, come scrive Iovino, che sanno essere “un potente antidoto, in termini etici e politici, contro qualsiasi monopolio narrativo imposto dall’alto. Anti-autoritarie per definizione, sono strumenti cruciali per una pratica di liberazione” (51).

Parlare di ecologia, oggi, sembra voler dire parlare prevalentemente di catastrofe: l’immaginario del disastro tipico della fantascienza ha colonizzato a più livelli il nostro modo di pensare il futuro. Persino la non-fiction sull’ambiente, ormai, indugia morbosamente su descrizioni di città distrutte, terre inabitabili, zone costiere inabissate. Iovino, in Paesaggio civile, evita accuratamente questo luogo comune; al contrario, le storie che raccoglie e i paesaggi che racconta invitano a ragionare in termini di resistenza, più che di disastro: 

Questi racconti ci fanno capire che riconoscere le storie impersonali è importante quanto riconoscere le storie personali, e che, ora più che mai, l’impersonale è politico. Una letteratura, un’arte e ogni lettura capace di raccogliere queste storie non sono mere testimonianze. Sono forme di resistenza che allo stesso tempo liberano: liberano le storie e le voci inespresse della realtà. La interpretano e ce la consegnano perché anche noi continuiamo ad abitarla. È così che il paesaggio riafferma la sua natura di racconto comune, e diventa paesaggio civile. (14)

Pensare il paesaggio in termini di resistenza e di liberazione è in controtendenza con un immaginario dominante, che è pure, per forza di cose, invalidante. Paesaggio civile è un esempio di un modo di raccontare il paesaggio e la letteratura (e quello che tra queste due cose intercorre) in maniera innovativa e originale, portando lo sguardo ad abbracciare testi e media, corpi e luoghi diversi. 

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