Perdere l'Antropocene

8 Aprile 2024

Per una stagione brevissima della Storia pare che alcuni umani abbiano creduto a un concetto fantasma, tanto imprendibile quanto immaginario, che li aiutava a pensarsi in relazione alla Terra, al clima in trasformazione e ad ambienti di vita sempre meno vivibili. Questo concetto si chiamava “Antropocene”. I primi a parlarne erano stati un naturalista, a partire dagli anni Ottanta del Novecento, e un Nobel per la chimica, dal 2000 in poi. L’idea che volevano far passare era semplice: Homo sapiens è in grado di lasciare tracce indelebili sul pianeta Terra, l’impatto delle sue azioni è ormai di lunghissima durata, quand’anche ogni sua impronta diretta dovesse un giorno sparire, la geologia, in quanto Grande Libro del Tempo, ne conserverà il tormentato passaggio. L’idea era semplice, ma qualcosa pareva non funzionare. Era come se quella parola, che diceva qualcosa di intuitivo, fosse troppo strana. Era come se dicesse un’ovvietà travestendosi da concetto difficile. La gente sapeva molto bene che era l’uomo la causa dell’inquinamento, del surriscaldamento globale, del collasso degli ecosistemi. Lo sapeva dagli anni Sessanta del Novecento. Quindi, perché usare una parola così ostica per scavare nell’indifferenza e nella cattiva coscienza delle persone? Perché “Antropocene” invece di “crisi ambientale”?

Per un quarto di secolo, comunque, “Antropocene” viaggiò nelle pagine scritte e sulle bocche di molti, non solo scienziati e ricercatori, non solo antropologi, sociologi, giornalisti, scrittrici e scrittori, ma anche coloro che non avendo cose importanti da dire usavano quella parola strana per raccogliere sotto una sola etichetta una valanga di dati, di segnali, di racconti, di sentimenti, a volte di paure, sul tempo che stavano attraversando e su quello che avrebbero attraversato i loro figli. Sempre in quel quarto di secolo un sacco di gente se la prese con la parola “Antropocene”, irridendola, banalizzandola, cercando di sostituirla, travisandola o semplicemente non usandola perché faceva antipatia o perché erano in troppi a usarla. Qualcuno addirittura ne propose l’eliminazione e, quando si accorse che la gente se ne infischiava e la usava lo stesso, si scagliò contro gli abissi della stupidità umana e si richiuse nel suo studiolo ad aspettare. L’attesa non fu lunga. All’inizio dell’anno 2024 una commissione di geologi decretò che l’Antropocene dopotutto non esisteva. In molti trassero un sospiro di sollievo. Il castigatore linguistico, uscito di corsa dal suo studiolo, esultò. Filosofi e intellettuali se ne lavarono le mani, e così, dopo venticinque anni di chiacchiere, arriviamo ai giorni nostri.

Apfel

Ma che cosa è successo esattamente? Perché i geologi ci hanno messo venticinque anni per informarci che avevano scherzato? Perché, se l’Antropocene è stato fin dal principio non solo una presunta era geologica ma anche un oggetto culturale di portata globale, è bastato il verdetto di un’oscura sottocommissione per gli studi stratigrafici a convincere molte testate giornalistiche a dichiarare che la questione era definitivamente archiviata? E perché una semplice querelle tra geologi è stata cavalcata dai negazionisti climatici che adesso, proprio loro, si appoggiano alla scienza per dire di smetterla una buona volta di fare i catastrofisti e che le azioni umane c’entrano ben poco con i cambiamenti in atto nel pianeta? Potremmo perderci a spiegare tutto per filo e per segno ancora una volta, dalle troppe proposte per datare l’inizio dell’Antropocene alla ricerca in giro per il mondo di marcatori geologici capaci di dimostrare che l’impatto umano sarà osservabile nelle rocce e nei sedimenti terrestri anche tra qualche milione di anni. Questa storia però è già stata scritta, ripetendo tutti i dati, ricostruendo tutta la cronologia, riportando tutte le considerazioni e le controconsiderazioni degli scienziati, degli attivisti ambientali, degli opinionisti. Questa storia è già stata scritta ma è così ingarbugliata, così epistemologicamente confusa, a volte così pasticciata da non interessare più a nessuno. L’Antropocene non esiste. Basta così.

Capita che anche le storie migliori, quelle ben scritte, quelle davvero informate, non aiutino a comprendere le cose. Semplicemente perché non riescono a staccarsi dalla cronaca, non provano a collocarsi in una vera prospettiva storica, non cambiano angolazione. Invece è necessario, perché conservare un’idea o farla finita con essa non è mai solo questione di pensiero discorsivo, c’è una parte sommersa, invece, c’è una dimensione inconscia che va evocata e che è in grado di spiegare le cose in un altro modo. In questo senso, ad esempio, sarebbe importante pensare l’Antropocene come un lutto. Mentre alcuni scienziati proponevano di dichiarare chiuso l’Olocene, il termine “Antropocene” stava già intercettando un diffusissimo senso di perdita, quello della Terra come l’avevamo conosciuta per secoli e millenni. Certo, il pianeta ci sarà dopo di noi, la vita troverà altre forme per qualche altro milione di anni, ma la Terra che ci ha resi quello che siamo come specie, modellando i nostri corpi e i nostri cervelli durante due milioni di anni di caccia e raccolta, la Terra che è stata il nostro playground evolutivo e cognitivo, la nostra alterità e il nostro altrove, adesso quella Terra, più per come siamo diventati che per quello che le abbiamo fatto, non esiste più, l’abbiamo irrimediabilmente persa, un po’ come si perde una persona cara, un amore, o la propria giovinezza. Questo sentimento diffuso, questa sfiducia di specie, così come il senso di colpa e l’ecoansia che li accompagnano, hanno trovato nella parola “Antropocene” un contenitore e un destino di lutto.

Di fronte a un lutto ci sono molte strade praticabili. Ad esempio, la malinconia depressiva, la negazione nelle sue molte forme, la reazione compulsiva, l’ossessione maniacale, la deriva del pensiero magico, l’idealizzazione acritica. A ben guardare sono tutte modalità riconoscibili in chi ha accolto o rigettato il concetto di Antropocene. Come ovvio, tra declinazioni e sfumature, lo spettro casistico è quasi illimitato, ma il principio trasversale resta uno: non basta attraversare il dolore e cercare consolazione, il lutto è un lavoro e, se il lavoro non è fatto correttamente, si rischia di restarci dentro per sempre. Ora, le cose avrebbero potuto andare in modo completamente diverso, ma la scelta del mondo industrializzato è abbastanza chiara: il lutto dell’Antropocene si è cronicizzato, grosso modo tra malinconia e negazione. Da un lato non solo c’è consapevolezza ma anche una vera e propria estetica del disastro e dell’Apocalisse. Dall’altro ci sono la deresponsabilizzazione irresponsabile e la svalutazione sistematica della perdita. In mezzo o, meglio, al di fuori di ogni dialettica, c’è invece il bisogno di perdere l’Antropocene. Perché la perdita sembra la condizione pervasiva del nostro presente: perdere specie, perdere paesaggi, perdere diritti fondamentali, perdere diversità culturale, perdere spazio e perdere tempo. Ma la perdita è per gli umani un’esperienza “naturale” e la vita è tutta questione di saper perdere, di imparare a perdere, di lasciare andare. Anche l’Antropocene. Non perché alcuni geologi hanno messo al voto la questione, già l’idea di un “voto scientifico” è abbastanza comica, ma perché l’Antropocene ci sta facendo perdere troppo, anche quello che con un po’ di fortuna e d’intelligenza possiamo ancora salvare.  

Apfel

Un gruppo di ricercatori che, per ragioni etniche e politiche, lavora in bilico tra due epistemologie, quella delle scienze occidentali tradizionali e quella dei saperi indigeni, sta parlando già da tempo di decolonizzare l’Antropocene e di “indigenizzarlo”. Decolonizzare l’Antropocene significa rendersi conto che non solo si tratta di un concetto nato nell’Occidente industrializzato e che, come tale, porta avanti principi, visioni e perfino cosmologie molto spesso prevaricanti su principi, visioni e cosmologie dei Nativi, ma significa anche che è un prodotto culturale egemonico, legato in forme non immediatamente riconoscibili al capitalismo e al neoliberismo globale. Indigenizzare l’Antropocene significa riflettere e imparare a pensare in modo alternativo a partire dalle interpretazioni indigene del cambiamento climatico, del collasso ambientale e delle perdite drammatiche che nelle zone periferiche del pianeta sono già in atto. Nel primo caso, ad esempio, si può osservare che un Nativo dell’Alaska, dell’Amazzonia o dell’Australia vive l’Antropocene non come un evento nuovo, verticale, completamente inedito, ma come l’ultima declinazione del suo passato e del suo presente coloniale. Detto altrimenti, dopo duecento anni di distopia locale, il Nativo non vive le profezie nere dell’Antropocene con la paura paralizzante che ci contraddistingue. Nel secondo caso, questo stesso passato di resistenza e sopravvivenza al disastro rende il Nativo più adattabile e già direttamente implicato nella ricerca di soluzioni pragmatiche. Poche chiacchiere, insomma, e zero malinconia.

Se dunque vogliamo restare attaccati al termine Antropocene, dovremmo intanto declinarlo al plurale, perché l’Antropocene non è lo stesso per tutti e non funziona ovunque allo stesso modo. Dovremmo declinarlo soprattutto in scala locale, e parlare di “microantropocene” o di “periferie antropoceniche”. Dovremmo infine narrativizzarlo, cioè accettare l’idea che, né più né meno, è un grande racconto sul presente e sul futuro e, come tutti i racconti, può essere riletto e forse in parte riscritto. Probabilmente però è già troppo tardi per recuperarlo, non tanto per i colpi bassi che ha subito o per la ricezione obiettivamente complessa, ma perché l’Occidente sembra davvero troppo affezionato al proprio lutto. Detto altrimenti, dobbiamo perdere l’Antropocene perché non riesce a stimolare un vero lavoro su colpa e rinascita, e in questo modo ci sta facendo perdere alternative di futuro e coraggio. Certo, dobbiamo stare attenti a non scambiare le culture native per un supermercato etnico. Non solo perché il colonialismo di rapina culturale è immondo ma perché non possiamo trapiantare qui da noi, come se fossero piante da appartamento, delle visioni elaborate in una terra che non è la nostra. Quello che invece dobbiamo apprendere dai saperi indigeni è il come, come rinarrare la Terra, come la “territà” dei Nativi sia portatrice di indicazioni e attitudini pratiche, simboliche e spirituali che dicono come affrontare il presente e il futuro in prospettiva possibilista e non distopica, adattativa resistente e non apocalittica e rassegnata. Una rinascita dopo il lutto, appunto, che certamente è dietro di noi, non necessariamente davanti a noi.

In che modo, allora, coltivare una nostra “territà” in alternativa a un Antropocene senza vie d’uscita? Esistono parole molto più scomode di Antropocene, parole che fanno venire l’orticaria tanto agli scienziati a tutto tondo quanto agli intellettuali razionalisti: rito, mito, sacro. Non sono equivalenti a superstizione, favola, magia. Sono universali antropologici che ci dicono come la nostra specie cerca di mettere ordine nel caos attraverso azioni performative, narrazioni sul funzionamento del mondo e un’esposizione propiziata al mistero. Ogni cultura del pianeta ha inventato le proprie, quello che si dimentica troppo spesso è che queste invenzioni culturali nascono sempre in una specifica porzione del corpo terrestre, da essa derivano sempre un senso del luogo, emergono sempre da una riflessione su cosa sia la Terra e sulla posizione di umani, animali, piante, cose sulla Terra. L’Antropocene sembra dire qualcosa di molto diverso: la Terra è finita, l’uomo, se ancora può, deve salvarsi da sé, animali, piante e cose seguiranno il suo destino. Ma così non può funzionare. Il movimento deve essere un altro. Dall’Antropocene alla Territà. Molte culture indigene stanno già seguendo questo vettore, non come ritorno ingenuo alla Natura, alla Grande Madre o a Gaia, ma come etica ecologica, empatia prospettica, attitudine rituale e senso del sacro. Non si tratta di rivitalizzare il Buon Selvaggio che è in noi o di praticare il Reincanto come crema sulle rughe o come ottimismo rousseauiano. Si tratta di ricordare che abbiamo un terreno sotto i piedi, che le nostre gambe hanno alcuni milioni di anni e che i nostri cervelli si sono evoluti per pensare i paesaggi terrestri. Probabilmente non sarà sufficiente, ma è molto meglio che vivere in un romanzo distopico scritto da un maschio occidentale.

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