Misha Maslennikov, fotografare la steppa

28 Settembre 2022

La Russia è diffusamente intesa oggi come teatro complesso e tragico, epicentro di uno scontro che ancora con difficoltà sappiamo collocare e razionalizzare. Per questo accorgersi di una Russia differente, ritratta una decina di anni fa, provoca l’effetto di un dislocamento temporale e spaziale. Il lavoro The Don Steppe di Misha Maslennikov, ora in mostra a Lodi per il Festival di Fotografia Etica, sottolineo il termine, fa accorgere: di una realtà, uno spazio, una condizione di vita. La steppa russa è sinonimo di infinito, per Maslennikov, e per definire l’infinito è necessario porre dei limiti all’orizzonte che facciano comprendere la portata spaziale che ci si estende dinanzi. 

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Uomini – pochi – case, alberi e cavalli sono i personaggi di un racconto secolare, i veri sopravvissuti della storia, i portatori del significato di quello che si legge in Čechov, o in Leskov: nella casa dell’uomo segnato dalla fatica del lavoro che, come dice la didascalia, sta preparando un tè come si usa fare con gli ospiti, ci si può aspettare senza troppo stupore un’iconostasi liturgica, e capiremmo che davvero il tempo può fermarsi e ignorare ciò che accade in quello concesso a tutti gli altri. Il lavoro, qui esposto in sole 14 immagini, comprende scatti in bianco e nero realizzati intorno al 2010 visibilmente in pellicola, data la felice grana delle stampe. 

Incontrare un uomo della steppa significa abbracciarne in pochi attimi l’estensione – per semplice e immediata proporzione – come pare voglia dirci la signora con le braccia aperte con un sorriso degno di Lartigue; e se è vero che con la fotografia è diventato possibile dimostrare l’esistenza del momento – dell’istante presente e memorizzabile, concreto e condivisibile – è allora vero che l’infinito può essere concepito nell’istante e quindi impresso, espresso, comunicato. 

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Addentrandoci nella steppa, più che il freddo a prevalere pare il bianco puro – necessariamente camuffato in grigio nelle stampe – ovvero quel simbolo neutrale a cui bisogna abituarsi anche quando si raggiunge il Don, totalmente coperto di neve. Il bianco della steppa – che sia neve o cielo – diventa in questo modo degno strumento sepolcrale, vero arbitro e profeta, in grado di seppellire anche ciò che fino a ieri ci sembrava elemento noto. Questo è forse il senso di un lavoro così immune alla parola – il linguaggio difficilmente compete con la vera vastità – e di immagini così quiete e taciturne: il bianco diventa afasico, come chi lo vede e chi ci vive. 

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Operando per sintesi, la fotografia impone di compiere continuamente un sacrificio; in lei si annullano le facili affermazioni, se affermazioni rimangono: implica scartare la realtà tutta per farne sopravvivere solo un frammento, e che assomiglierà più al brandello di corpo che viene raccolto dopo averlo buttato tra i leoni. Così appaiono gli abitanti della steppa, sopravvissuti al flusso generale che ha inghiottito gran parte di un mondo che pare non conoscano, viventi in uno stato di beata separazione dal resto, doppiamente sopravvissuti in queste immagini.  

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Maslennikov si introduce nella steppa come chi prima di lui lo fece nel deserto, e nella steppa anche i bambini possono essere dei totem sepolti, questa volta non dal bianco nevoso ma dall’acqua, quando la temperatura le permette di continuare ad esistere. 

Il bambino guarda e tace con una bocca che non si vede, coperta come la terra tutta; la bocca della terra sono i suoi abitanti taciturni, coperti dal bianco e dal lavoro; e quelle di chi si sveglia tutti i giorni da quel bianco e nella steppa, sono pasque quotidiane, come quella Grande di Korsakov, ma per cui nessun angelo griderà “È risorto!”. 

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Addentrarsi nel luogo illimitato può a ragione far apparire ciò che si incontra come dei barlumi e dei miraggi, come il carro che trasporta la legna o le scale che conducono al fiume, o le rare figure umane che come specchi ricordano come dal di fuori anche noi lì dispersi appariamo. È curioso constatare che nel viaggio nella steppa in cui ci conduce Maslennikov in rari casi entriamo al riparo di qualche abitazione: per il tè, come abbiamo già visto, per mangiare, o per assistere alla confessione di un’anziana. Questa scena viene compresa attraverso la sola didascalia, mentre chi guarda l’immagine si imbatte in un prete con gli occhi chiusi, in un interno spoglio e attorniato da poche ombre sfocate sullo sfondo. 

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Così scopriamo che l’interno delle case è bianco come il resto rimasto fuori, e gli uomini che attraversano quel bianco si riconoscono solo come figure nere, ombre nell’ombra, coi contorni mescolati all’immenso. La memoria, in fotografia, non concede di appropriarsi delle identità, esclude nomi, cognomi e patronimici dal suo dettato, e per questo non è importante sapere che ciò si perde anche di quei corpi, a maggior ragione perché privi di dettagli, seppure destinati tutti a uno stesso anonimato. 

Lo spirito di queste immagini pare risiedere nella totale assenza del fasto, nell’eliminazione, nell’aver compiuto tutti i sacrifici necessari: la steppa, come la fotografia, impone allo sguardo un metodo di sintesi, fino a poter concepire il vuoto, la luce che nel bianco si trasforma per parlare solo quando sa che non c’è nessuno pronto ad ascoltarla. 

La luce della steppa è cosciente in una calma quasi liquida, uniforme sulle ombre che pure hanno carne, ossa e vita: lo scontro tra gli spettri in cui ci si imbatte camminando e l’organicità dei loro corpi è uno scontro naturale e senza vincitori, la duplice fattezza degli uomini e degli animali sembra smuovere le consapevolezze in favore di una semplice accettazione di ogni condizione, che pare poi l’attitudine di chi vive in questi luoghi.

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Sono ombre che camminano nel fango, che mangiano il pesce pescato la mattina, che ogni momento hanno davanti agli occhi il suolo sterminato, e che lo guardano potendone abbracciare porzioni ben maggiori di quanto ci sia concesso con la documentazione fotografica. Per questo appare naturale vedere una figura scura sulla collina in piedi su un cavallo, che se può essere sinonimo di spettacolo per noi, lo è di naturale libertà per i figli della steppa, che sanno che se pure dovessero cadere, verrebbero raccolti dall’infinito stesso che li ha generati. 

Dal momento che il Festival di Fotografia Etica, come afferma il suo coordinatore Alberto Prina, ha come obiettivo l’individuazione e la divulgazione di un sistema di valori attraverso il mezzo fotografico, il lavoro di Misha Maslennikov ricorda al pubblico l’ipotesi di un’esistenza unicamente volta alla vita, priva di velleità; ricorda che nell’infinito ciò che vive lo fa lentamente, partecipe temporalmente di quello che la steppa significa spazialmente. I figli-ombre della steppa sono la grana del suo stesso estendersi, la sua mortale testimonianza: non è importante stabilire il perché o il come di questo esistere, bensì basta constatarne la resistenza per convincersi della possibilità di un’alternativa a tutto il resto. 

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Esiste un ritmo che non ha bisogno di essere scandito, e che permea il senso sotterraneo del vivere quando vivere coincide con la basilarità dell’esistenza. Più che dei suoi valori, guardando queste immagini, ci si rende conto prima ancora dell’ovvietà del vivere, della possibilità di un’inconscia partecipazione a uno spazio e a un tempo. Per questo in alcune immagini di Maslennikov l’orizzonte scompare del tutto: per annullare l’idea di orizzonte, ovvero quella linea che ci indica dove separare terra e cielo, in fotografia serve decidere se guardare totalmente verso il cielo, o totalmente verso la terra. Così per poter comprendere l’infinito della steppa a volte serve guardare soltanto lei, abbandonando l’idea di un cielo che non potrà sovrastarla, così come nessun orizzonte concreto e contemplabile. 

Una simile distesa di suolo e la vita che ci resiste sopra offre a chi vi si addentra un premuroso gesto di comprensione, di naturale accoglienza, sebbene metta in guardia subito dal profondo rigore che dominerà ogni sua visione, dallo sguardo che sarà destinato a oscillare unicamente tra spazi prevalentemente vuoti.

La steppa, come l’uomo a cui è associata la didascalia “Solo qualche metro oltre il recinto, si apre la steppa infinita.” Per il resto apparirà come un’ombra capace di guardarci soltanto con gli occhi, e che ci precederà sempre.

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