Il cane e la quattr'ossi

Oggi ho incontrato un cane magrissimo prima di inoltrarmi nel bosco, al buio.

“Sei un osso?”

“No, sono un intero cane.”

“Dove vai?”

“Oltre le cime degli alberi, 

parallelo alla luna.”

“Perché fa luce?”

“No, perché fa scia.

Di fiuto.”

“Posso venire con te?”

“Solo se stai zitta,

quattr’ossi.”

 

Sono conversazioni così che ti cambiano la giornata.

Arrivata qui da poco, quando poi in marzo hanno chiuso le porte della Lombardia e non potevo tornare, un uomo proprio vicino al bosco ha aspettato che lo raggiungessi e poi mi ha detto: “Lei non è di qui.” “Sì che sono di qui.” gli ho risposto. “Io non l’ho mai vista.” Allora, ho aspettato che continuasse a camminare per restare indietro per conto mio, bisbigliando: “Ci sono anche persone di là, signore. E poi non è che se lei non ha mai visto una persona, quella non può esistere lo stesso da un’altra parte.”

Un’altra volta, ho salutato con la mano una vecchietta affacciata a una finestra, ma lei si è tirata indietro e ha detto: “Io non la conosco.” Allora ho preso al volo con la mano l’invisibile segno della mia voce e ho risposto: “E allora mi riprendo il saluto.”

 

Per fortuna però c’è il Giovanni S., un taglialegna con la barba grigia lunga fino all’ombelico, e la coda di capelli fini fini. Lui è il padrone, ma preferirei dire custode, di Pippo Magique. Così, appena potevo lo nominavo davanti agli altri e diventava una specie di lasciapassare: “Qualcuno in paese la conosce…”

Col passare dei mesi, mi salutano in tanti e il fornaio che non ha più il negozio ma continua a sfornare il pane, al mio ‘buongiorno’ mi ha detto: “Niente buongiorno, io qui dico ciao a tutti, non mi piace a me buongiorno.” E così gli dico “ciao” e mi sento una del posto per un attimo, un po’ per finta. 

Una volta una signora mi ha fermato e mi ha detto: “Io sono la donna più sfortunata del paese.” E poi mi ha raccontato una vita terribile piena di morti. Le ho detto: “Mi dispiace tantissimo.” e sono andata via. Mi dispiaceva davvero.

 

Adesso qui ci sono tanti contagi per un paese piccolo, non ci sono sirene di ambulanza ma campane a morto, un suono forte, quasi senza pause, che non chiama ma dà notizia scura e il giorno dopo sui muri c’è il cartello listato a lutto e il nome del morto, quasi sempre un anziano.

La posta apre solo tre giorni alla settimana. Di solito ci lavora la lentissima e pacatissima signorina Grazia, anziana e con un profilo bellissimo, non l’ho mai vista di fronte. Io vado per spedire i pieghi di libri. Una volta però dietro il vetro c’era un uomo molto robusto. La posta è piccolissima, ci si sta uno alla volta, gli altri aspettano fuori. Ho messo il mio pacchetto sotto il vetro e lui l’ha messo sulla bilancia, poi sbuffava e sbuffava ma non succedeva niente.

 

Quando gli ho domandato cosa succedesse, ha detto: “Terminali bloccati.” Ho detto che allora andavo via. “Eh no eh, magari mi ha già preso la consegna, non può andarsene. “Allora gli ho chiesto se aveva dei francobolli ma lui ha risposto: “Ci saranno ma io non so dove sono – e intanto alzava qualche foglio – aspetti che tra qualche giorno torni la Grazia e chieda a lei.”  Quando, dopo un po’, gli ho chiesto come andavano i terminali, lui ha sbuffato e mi ha detto. “Lei mi opprime.” Allora, sono uscita sulla porta e ho detto alle donne in fila: “Dice che lo opprimo,” perché speravo di sobillarle un po’ e fare comunella, a Milano mi riusciva benissimo. Ma loro niente, anzi, una tutta melliflua, ha messo dentro la testa e ha chiesto: “Scusi, scusi tanto, ma anche per le raccomandate non vanno i terminali? Scusi eh.” 

 

Mi sentivo un ufo che dalla città si era spostato in campagna ma ufo restava. Ma da quando mi sono messa a parlare con gli animali e con gli alberi, è tutto cambiato. Ho un mondo e quando al pomeriggio corro verso il bosco so sempre di correre verso qualcuno.

Nel bosco ci vado insieme ai cinquantamila morti.

Dice Calvino-Palomar: “Ma è un dialogo, oppure ogni merlo fischia per sé e non per l’altro? […] Oppure tutto il dialogo consiste nel dire all’altro «io sto qui», e la lunghezza delle pause aggiunge alla frase il significato di un «ancora», come a dire: «io sto ancora qui, sono sempre io». E se fosse nella pausa e non nel fischio il significato del messaggio? Se fosse nel silenzio che i merli si parlano?”

 

Leggi anche:

Quaderno 1 | Imparare a salutarci

Quaderno 2 | Marina Cvetaeva e la tazza di mio padre

Quaderno 3 | Il bosco e l'asino bianco

Quaderno 4 | L’insonnia infermiera

Quaderno 5 | La morte non può farmi male

Se continuiamo a tenere vivo questo spazio è grazie a te. Anche un solo euro per noi significa molto. Torna presto a leggerci e SOSTIENI DOPPIOZERO

Opera di Andrew Wyeth.