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Letizia Battaglia, Sabrina Pisu / Letizia Battaglia, una vita al grandangolo

Letizia Battaglia, di cui è appena uscita una biografia scritta a quattro mani con Sabrina Pisu, Mi prendo il mondo ovunque sia. Una vita da fotografa tra impegno civile e bellezza (Einaudi, 266 p., 19 euro), ha sempre fotografato con il grandangolo. Secondo i manuali, i grandangolari sono obiettivi da paesaggio, offrono infatti una visione più ampia di quella dell’occhio umano che invece, per convenzione più che per calcolo, viene assimilata al 50mm È quello il “normale”, l’obiettivo per far tutto, quello che non distorce e che quindi va mediamente sempre bene, preservando il realismo della visione naturale. Cartier-Bresson, si sa, fotografava quasi sempre con il 50. Ma Letizia Battaglia no, lei andava in giro con il 35mm se non addirittura con il 28. Il problema è che questa grande fotografa palermitana per molti anni ha fatto la reporter e, credo, non si sia mai molto interessata ai paesaggi. Quello che l’ha sempre affascinata, invece, sono le persone, la loro vita, il loro modo di essere e di agire e – suo malgrado, ma necessariamente visto il periodo in cui ha lavorato a Palermo – la loro morte.   Ora, quando fai la reporter ciò che devi fare è mostrare qualcosa che è...

La ristampa di I benandanti / Gli sciamani di Carlo Ginzburg

Si può rileggere, o leggere, I benandanti seguendo tracce diverse e con diversi atteggiamenti, ma in nessun caso si riuscirà a restare indifferenti. Le vicende raccontate in questo libro risalgono a circa cinquecento anni fa, e sono la ricostruzione di veri processi dell’Inquisizione sulla base dei loro stessi verbali. La novità di questo libro sta nell’essere stato davvero una novità: la prima edizione (Einaudi) risale al 1966. Il formaggio e i vermi, forse il frutto più noto di questo lungo e ostinato lavoro certosino, verrà circa dieci anni dopo. La geografia di queste vicende è sempre la stessa, e certo non a caso: il bellissimo paesaggio friulano. Come il mugnaio Domenico Scandella detto Menocchio, mandato a morte dall’Inquisizione alla fine del ‘500, anche le strane figure dei benandanti entrano a pieno titolo nella Storia. Certo, li vediamo filtrati dalla verbalizzazione dell’accusatore, ma leggendo si avverte il suono della verità, o quel che crediamo sia verità.   È un po’ quel che succede nelle traduzioni da lingue lontane: a volte ottime a volte pessime, lasciano filtrare comunque (anche miracolosamente) lo spirito dell’opera originale. Ginzburg accenna,...

Di animalità sono piene le nostre bocche / Divenire invertebrato

Non tutto ciò che accade chiede di essere interpretato, compreso. Talvolta, soprattutto quando l'evento si manifesta in un tempo cairologico, indeterminato e qualitativo, un tempo "nel mezzo" in cui accade qualcosa di speciale, ci domanda piuttosto di spostarci, di cambiare posizione, di modificare l'assetto. Naturalmente da questa delocalizzazione scaturiranno nuove interpretazioni, nuovi significati, ma prima di tutto si tratta di traslocare, di rivoluzionare il setting della nostra vita. È noto, traslocare è un'operazione altamente riconfigurante, in nulla simile a una contingente variazione di dettagli decorativi. Traslocare significa affacciarsi su paesaggi diversi, vedere mondi inconsueti, persino modificare la propriocezione del corpo nello spazio o guardare con occhi diversi la persona che vive con noi.   Da otto mesi, circa, percepiamo la durata di un evento, come quello della pandemia in corso, che ci intima di cambiare assetto. Non rispondere a questo insistente invito, significa sbattere come falene al muro di una doppia interpretazione. C'è da un lato chi sostiene che nulla sia nuovo, che di virus ed epidemie la storia dell'umanità è piena, che il virus è parte...

Uncanny Valley

La Valle del Perturbante, in inglese “the Uncanny Valley”, è una curiosa distorsione cognitiva ipotizzata dallo scienziato giapponese Masahiro Mori nel 1970, quando in Giappone si lavorava a film e cartoni animati con effetti speciali sempre più realistici. Man mano che queste creature assumevano forme sempre più simili agli esseri umani, il gradimento dello spettatore cresceva. Ma a un certo punto quelle creature diventavano sempre più inquietanti e repellenti e mettevano ansia, finché la tendenza si invertiva. Per definire questo effetto, Mori ha utilizzato uno dei termini chiave del lessico psicanalitico: per Freud i l perturbante (Das Unhemlich) è “quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare” (Il perturbante, 1919). È qualcosa che ci inquieta e atterrisce, perché lo conoscevano già. Ma non sappiamo riconoscerlo. La controversa ipotesi della Valle del Perturbante ha affascinato i maghi giapponesi della robotica come Hirata Ishiguro, lo scienziato che tiene conferenze in tutto il pianeta grazie a un suo doppio che egli stesso anima da remoto, a migliaia di chilometri di distanza. Più di recente i Rimini Protokoll, in uno...

Cile / Pedro Lemebel, Irraccontabili

In piedi davanti alla tomba di famiglia, il viso liscio e le spalle bagnate dalla pioggia che scivola sul giaccone nero, Pedro Lemebel racconta di quando decise di non firmare più i suoi testi con il cognome del padre, Mardones. All’epoca, all’inizio degli anni Ottanta, aveva vinto un concorso letterario “con un racconto molto gay”, la storia di un ragazzo omosessuale che, durante l’apocalissi, si arrangia in qualche modo prostituendosi.  Arrivarono i giornalisti per intervistarlo e furono accolti dal padre, del quale lo scrittore ha ereditato anche il nome di battesimo; Lemebel non era in casa e, per una serie di fraintendimenti dovuti all’omonimia, convinti di essere di fronte all’autore del racconto, consegnarono il premio al Pedro Mardones sbagliato, che, a sua volta, credette di essere il fortunato vincitore di un concorso televisivo. Gli fecero delle domande, a cui fu felice di rispondere, poi gli scattarono un po’ di fotografie.  Nei giorni successivi, l’uomo sperava di andare in televisione, magari chiamato come ospite di qualche programma proprio per la sua recente vittoria. Invece uscì sul giornale la sua immagine accanto a quel racconto in cui un giovane cede...

Underland / Dentro le grotte inesauribili del tempo

Non staremo qui a cercare tutti i testi che Robert Macfarlane avrebbe potuto citare (e invece non l’ha fatto) in questo periplo immaginifico intitolato Underland. Un viaggio nel tempo profondo (traduzione di Duccio Sacchi, Einaudi, ottobre 2020). Non lo faremo perché il filologismo caricaturale che cerca il pelo nell’uovo non può capire che il destino dei buoni scrittori è essere sé stessi anche (e proprio) nelle lacune. Se questo libro, nelle intenzioni dell’autore, avesse voluto essere un centone di citazioni di geo-estetica sotterranea, o una carrellata di diapositive proiettate sul muro della cantina del proprio io, allora non avremmo avuto Underland che, in bilico tra Atlas Obscura del mondo ctonio e Wunderkammer narrativa, offre al lettore un dispositivo di cattura dell’immaginario, un metodo, non una delle epitomi che tanto piacciono a ogni fine impero. E questo metodo, tra i più difficili da gestire e comunicare in modalità metacognitiva, consiste nel cercare connessioni tra ordini di fenomeni disparati. «Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei con l’ameba da una parte e con lo...

A 10 anni dalla morte / Mario Monicelli: uno, nessuno, centomila

«Mario è morto il 29 novembre del 2010, buttandosi dal quinto piano di un ospedale romano. Si è “schiantato”, come direbbe lui. Gli piaceva la parola “schiantarsi”. […] “schiantarsi” e/o “ingoiare una polpetta avvelenata” al momento giusto, quando cioè uno è sazio dei giorni, era una teoria ampiamente condivisa in tutta la famiglia Monicelli». Così ricorda Chiara Rapaccini, scrittrice, illustratrice, autrice di libri per l’infanzia (e non solo: Amori sfigati, Rossa), per oltre trent’anni compagna di Mario Monicelli, sul numero 596 di “Bianco e Nero”. Interamente dedicato al regista, di cui proprio oggi ricorrono i dieci anni dal suicidio, le quasi duecento pagine della rivista ospitano contributi firmati da storici (Cardini, De Luna, Mondini), studiosi e critici cinematografici (Anile, Brunetta, Crespi, Gili), giornalisti e scrittori (Deaglio, De Cataldo, Di Paolo), oltre ai ricordi e le testimonianze in prima persona di collaboratori, interpreti, amici. Fra questi, appunto, c’è quello di Rapaccini, che traccia con straordinaria leggerezza e un pizzico d’irriverenza (a cominciare dal titolo, Muoiono solo gli stronzi, tratto da un suo celebre auto-epitaffio) il profilo di un...

Accademia Unidee / Insegnare a vivere

MICHELANGELO PISTOLETTO. Nel primo paradiso, la condizione degli esseri umani primordiali non conosceva la sofferenza che deriva dal desiderio di comprendere e dal dovere di scegliere. Dal momento che non erano stati gli uomini a concepirla, la creazione dell’Eden fu attribuita a un dio onnipotente. Mentre invece il creatore del secondo paradiso è l’umanità stessa. Essa, grazie all'autonomia acquisita con la conoscenza, ha finito per esercitare sul mondo un potere di una efficacia tale da mettere il mondo stesso in pericolo. Un potere la cui potenza distruttiva contraddice l’idea stessa di paradiso. Se è evidente che non possiamo tornare indietro, allo stadio del primo paradiso, è altrettanto chiaro che bisogna assolutamente superare lo stadio del secondo. E diventare i giardinieri del Terzo Paradiso, che ci accompagna nell’era della responsabilità, mettendo a profitto l’età della conoscenza. Il termine “paradiso” deriva dall’antico persiano Paraidaeza e significa “giardino protetto”. Protetto dai venti del deserto, nella natura arida della Persia, dove bisognava avere la volontà e la capacità di sopravvivere.   EDGAR MORIN. Se il termine “paradiso” ha un senso originario...

Ernö Rubik, Il cubo e io

Il cubo e io di Ernö Rubik è un libro che ci fa conoscere da molto vicino la persona dietro il personaggio: il personaggio è un solido platonico, la persona è il suo inventore, di cui porta il nome. È la storia di un progettista e del suo progetto, risultato di una vita vissuta nel fascino per i rompicapi e per i giochi. "Quando realizzai il cubo non ero un designer industriale né avevo specifiche competenze nel campo dei giocattoli. Inoltre, lavoravo in completa solitudine."   Perdersi per poi ritrovarsi    C'è un momento, nella vita di Ernö Rubik, architetto e progettista ungherese, in cui il limite tra l'invenzione di un giocattolo e la scoperta di un nuovo universo di possibilità è stato la rottura dell'ordine, l'istante prima che si scateni il panico. Aveva tra le mani un cubo di legno composto a sua volta da 27 cubetti uniti tra loro da una struttura che permetteva di ruotarli con facilità: "Quello che avevo realizzato era chiaramente un oggetto ma, particolare più interessante, era la materializzazione tridimensionale di un concetto". Le facce di quel primo Cubo della storia, ancora privo di un nome, erano però identiche tra loro, dunque il movimento non...

Peter Zumthor / Il Museo delle miniere di zinco

È il 1994 quando la Norvegian Public Roads Administration elabora un programma di finanziamenti volto alla valorizzazione di alcuni percorsi stradali selezionati all’interno del territorio norvegese per il loro articolarsi all’interno di un contesto dall’elevato fascino paesaggistico. Si tratta di un programma dalla durata ventennale: entro il 2024, saranno 250 le strade lungo le quali i luoghi più interessanti dal punto di vista paesaggistico e culturale saranno evidenziati e caratterizzati da una serie di interventi di arte, design e architettura. Un programma che opera nel lungo periodo e che oggi conta 18 itinerari che coprono una distanza di 2.151 chilometri e lungo i quali numerosi interventi permettono di apprezzare in modo tangibile paesaggi, luoghi, culture e specificità locali.      Si tratta di interventi puntuali, a volte anche minuti, piccole “perle” sparse nel territorio che esprimono diverse culture del progetto eppure programmati all’interno di una rete pensata a carattere nazionale. Il programma ha generato nel corso degli anni una serie di positive sinergie: numerosi cittadini hanno commissionato piccole strutture ricettive lungo i percorsi; le...

Il teatro / Peter Handke. Attacco al sistema

L’Italia è uno dei pochi paesi al mondo in cui Peter Handke è noto quasi soltanto come romanziere: il che la dice lunga sia su quanto il genere teatrale sia considerato, da noi, la cenerentola nella gerarchia culturale, sia sul provincialismo che non lo fa percepire come una lacuna. Peter Handke è invece uno fra i drammaturghi più importanti del panorama teatrale internazionale: ed è stato proprio un testo teatrale, Insulti al pubblico, che l’ha reso famoso al grande pubblico tedesco; ed è da drammaturgo più che da romanziere che Wim Wenders lo chiamò, nel 1987, a firmare la sceneggiatura del celebre Il cielo sopra Berlino. Ora, finalmente, Quodlibet colma quella lacuna editoriale (l’ultima introvabile edizione del teatro di Handke, di Feltrinelli, era del 1969), ripubblicando i primi testi drammaturgici del premio Nobel austriaco, in un volume curato da Francesco Fiorentino che comprende due testi fondamentali – Insulti al pubblico e Autodiffamazione – insieme ad altri testi più brevi e meno noti.    Peter Handke. Insulti al pubblico altre pièces vocali (Quodlibet 2020).   Siamo nel 1966: Handke ha ventiquattro anni. Il suo editore Siegfrid Unseld, della...

Scuola / Un vecchio prof. disilluso

Ho letto il bell'articolo di Enrico Manera. Concordo pressoché su tutto. Potrei sottoscriverlo. Queste che aggiungo sono solo considerazioni personali che ne prendono in qualche modo spunto. Vorrei partire in particolare da quel passo dove Manera dice di noi insegnanti che siamo una “classe amareggiata, macerata a lungo nella disillusione, in cui ci sono soluzioni biografiche, anche eccellenti, mentre dal punto di vista generale e politico il senso di sconfitta è schiacciante e pesante”. Perfetto. È proprio così.  E questi sono i pensieri attuali di un vecchio professore, amareggiato e disilluso (e anche un po' depresso).   Innanzitutto l'emergenza. Ha cambiato qualcosa l'emergenza, nella scuola? No. Ha solo messo in evidenza ciò che già c'era, ed era anche ben percepito (da chi nella scuola lavora), ma platealmente ignorato da quelli che Manera chiama i “decisori” (non so se con ironia; forse sì, visto che i decisori decidono ben poco, mi pare). Non serve citare gli immancabili Carl Schmitt o Walter Benjamin per capire il valore delle emergenze, dei casi estremi. Essi sono rivelatori. Ma ciò è chiaro anche al buon senso: quando si giudica della verità di un'amicizia?...

Alice in Wonderland, 26 novembre 1865 / Vita cinematografica di una Finta Tartaruga

“Have you seen the Mock Turtle, yet?”. “No”, said Alice. “I don’t even know what a Mock Turtle is”. “It’s the thing Mock Turtle Soup is made from”, said the Queen.   Con queste parole, nel nono capitolo di Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carroll introduce la Mock Turtle, la Finta Tartaruga, uno dei personaggi più affascinanti ed enigmatici del libro. Poche righe più avanti, Alice, scortata dal Grifone, viene condotta in spiaggia al cospetto della Finta Tartaruga, creatura sofferente e perennemente in lacrime, che promette di raccontarle la sua storia. “Una volta ero una vera tartaruga”, comincia, per poi rimanere immobile e silenziosa per interi minuti. Il racconto riprende con una cronaca nonsense della sua infanzia alla scuola del mare, dove si insegnano materie come annaspare e contorcersi, e le diverse operazioni dell’aritmetica: ambizione, distrazione, bruttificazione e derisione. Nel capitolo successivo, il decimo, la Finta Tartaruga e il Grifone si infervorano nel descrivere il loro gioco preferito, la quadriglia delle aragoste, un ballo in spiaggia che coinvolge foche, salmoni e tartarughe intenti a inseguire aragoste lanciate in mare.  Infine, tornata...

Semplicità / Enzo Mari in Triennale

Nel 1971 Enzo Mari progetta un divano letto con una struttura costituita da profilati d’acciaio e imbottiture di poliuretano espanso. Si chiama Day-Night. Semplice, elegante, efficiente: basta un piccolo spostamento e si trasforma da divano di casa in letto singolo: una rotazione. Lo disegna per De Padova. L’imprenditrice che lo ha commissionato lo trova bello, ma decide di non produrlo. Enrico Astori, fondatore di Driade, che non ha una fabbrica, lo accetta e lo mette in produzione. Per quanto sia promosso in modo efficace, il divano resta invenduto. Non incontra il gusto del pubblico e Mari accusa il colpo. Scrive che il pubblico lo rifiuta “in quanto non lo riconosce come facente parte del sistema culturale”. La ragione pratica l’individua poi nel suo costo: troppo basso, si guadagna troppo poco con questo mobile. Riflette: gli oggetti di buon disegno offerti a prezzi bassi risultano “poveri” e non rappresentano uno status symbol per nessun consumatore. Sono trascorsi pochi anni dal Sessantotto studentesco e dall’autunno caldo, a cui Mari ha partecipato con la passione di un giovane, anche se ha passato i trent’anni.    Divano Day-night, Design Enzo...

Storia d’Italia attraverso i sentimenti (3) / E fu il ballo

E fu il ballo. Tra la primavera e l’estate del ’45. E dopo. Una gioiosa febbre dei corpi che finalmente tornano a muoversi scuotendo l’immobilità pietrificata degli anni di guerra.  Il sepolcro è stato scoperchiato. Ora, la vita freme. I corpi si cercano, si toccano, respirano gli uni accanto agli altri, si esplorano annullando la distanza ostile in cui si erano murati. Il ballo genera fiducia, scioglie ogni diffidenza difensiva. È un teatro di sentimenti: nascono amori, si stringono amicizie, si diffondono i semi di una socialità nuova. Aperta, distesa. E si attenua il peso delle memorie luttuose, si comincia, ma ci vorrà altro tempo, a sbrogliare la matassa dei sentimenti negativi. “Tutta Torino balla” intitola “L’Unità’” del 23 aprile 1945. Ma accade ovunque, per le strade e le piazze delle città e dei paesi, nelle corti delle case popolari, nelle aie delle cascine di campagna, persino ai bordi delle macerie accumulate. Balere improvvisate, un grammofono, e poco altro. Quando va bene, un’orchestrina sgangherata, strumenti rimediati. Tutto è improvvisato, perché tutto è nuovo. Fra questi paesaggi precari scocca la scintilla d’energia che, più tardi, darà vita alla...

25 novembre 1970 / Yukio Mishima nell'inferno delle forme

Se fosse possibile stabilire, in tutta la sua ampiezza, un canone della letteratura che ha preso le mosse dalla catastrofe delle due guerre mondiali, Yukio Mishima non sfigurerebbe affatto quale tardivo rappresentante di quella frangia di scrittori che si espressero sotto un segno – per riprendere una sua celebre sentenza su Hitler – cupo come il XX secolo. "Tardivo" e "cupo" poiché rispetto agli ideali della generazione di intellettuali alla quale egli apparteneva – Mishima era nato nel 1925 – la visione del Giappone del dopoguerra restituita dai suoi romanzi ricalca con precisione i modelli formali e stilistici dell'estetismo borghese europeo di matrice decadente, rievocando tematiche e atmosfere proprie dell'epoca della crisi che investì la cultura occidentale a seguito della Prima Guerra Mondiale. Il sentore di minaccia e di fine imminente, le laceranti scissioni dell'io, la visione idealizzata di un tempo perduto che promanano dalle sue opere, investono in pieno anche la sua figura, che oggi ricordiamo nel cinquantesimo anniversario della scomparsa.     Vi è in Mishima in effetti una coincidenza impressionante tra l'autore e l'opera sulla quale pesa in maniera...

Una fotografia / Eugène Atget. L’ostacolo dell’albero

A prima vista chiedersi ciò che una fotografia mostra può sembrare un fatto ridondante: mostra quel che mostra, ed è anche per questo motivo che il medium fotografico è stato da subito celebrato come “the pencil of nature”, mostrazione (e non dimostrazione). Confrontati a una straordinaria fotografia di Eugène Atget l’interrogativo di cui sopra sembra comunque lecito: cosa mostra quest’immagine presa in un parco vicino a Parigi? Nulla o quasi, poiché lo sguardo viene immediatamente bloccato dall’albero in primo piano. Proprio per l’idea balzana di interporre fra noi e il paesaggio malinconico del parco di Sceaux il tronco di un albero, la lettura della fotografia, appena iniziata, si arresta. L’occhio che distingue lo stagno vede la superficie mancante occupata dal tronco dell’albero. Il meccanismo di lettura abituale che (come avviene con un paesaggio dipinto) scruta i tre piani dell’insieme subisce un corto circuito: invece di procedere dal primo piano al secondo, intermedio, e fermarsi all’orizzonte, qui si parte dal piano intermedio, cioè dallo stagno, per essere proiettati con forza all’indietro, verso il primo piano, dove “sta” l’albero, si torna poi di nuovo al piano...

Attendere l’usura, e consumar se stessi? / Attesa e speranza

Mimmo Jodice, Attesa, dal 1960, Electa edizioni. Forse un mattino andando in un’aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore da ubriaco.   Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto alberi, case, colli per l’inganno consueto. Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.   (Montale, Ossi di Seppia)   Mimmo Jodice, Attesa, dal 1960, Electa edizioni. Attendere... Cosa significa attendere? In cosa consiste lo scarto tra il tempo ideale dell’attesa interiore e il tempo inaspettato e reale del mondo esteriore? A livello cosciente, l’intenzione immaginata e proiettata nel futuro si scontra sempre (anche solo di poco) con ciò che troviamo. L’attesa ideale sarebbe dunque un ostacolo, una postura che ci separa dall’immediato piacere del tutto e subito. E quindi viene spesso interpretata come una forma passiva dell’esistere. Come ci ricorda una proposizione notissima di Wittgenstein contenuta nelle sue Ricerche filosofiche: “Noi aspettiamo questo e siamo sorpresi da quello”. Colui che aspettiamo, l’atteso, non è colui che...

23 novembre 1980 / Irpinia, paesaggio con rovine

Scrive Daniele Del Giudice nel suo libro, In questa luce: “Ogni secolo ha le sue rovine e un suo modo di metterle in immagine facendone paesaggio”. (…..) “È comunque il paesaggio che ci è dato, una compresenza grottesca di naturale e artificiale, un fondale della quantità e dei suoi resti; difficilmente tale paesaggio potrebbe consentire quella triangolazione tra natura, io osservante e consapevolezza di una divinità diffusa che garantiva la pacificazione dell’animo romantico. Tuttavia, sono i luoghi dove viviamo i nostri rapporti con gli altri, e dove, pur con ogni altrove nella fantasia o nella nostalgia, ambientiamo i nostri sentimenti”. A partire dalle ultime righe, in Paesaggio con rovine, Mondadori 2020, che Generoso Picone ha scritto con la penna dell’anima, si ritrovano le articolate e ambivalenti stratificazioni sentimentali e analitiche considerate da Del Giudice. Fare paesaggio, tradurre in paesaggi della nostra vita i luoghi dove siamo nati e dove viviamo, non è una scelta. Comunque siano quei luoghi e qualsiasi rovina contengano. Facciamo paesaggio dei luoghi semplicemente perché non possiamo fare diversamente.   Ciò vale se consideriamo il paesaggio non solo...

Febbre da fieno e L’Invincibile / Il ritorno di Stanislaw Lem

Due uscite, in questi ultimi mesi, ci hanno fatto riavvicinare all’universo narrativo di Stanislaw Lem, grande maestro della fantascienza, noto soprattutto per il suo Solaris, ma quasi del tutto scomparso dai radar delle librerie italiane, forse perché ormai lontano dal gusto dominante. Ben vengano allora questi due volumi, Febbre da fieno, pubblicato da Voland e tradotto da quel Lorenzo Pompeo (anche autore della postfazione) che ricordavamo per la sua traduzione di Sotto l’ala dell’angelo forte di Jerzy Pilch, altro gioiello della narrativa polacca, in questo caso alcolica e non fantascientifica, anch’esso finito nel limbo dei fuori catalogo; e L’Invincibile, pubblicato da Sellerio con traduzione di Francesco Groggia e succosa postfazione di Francesco M. Cataluccio. Sperando che queste due pubblicazioni abbiano fortuna, ci auguriamo di vedere e rivedere altri titoli di Lem. Piccoli, grandi capolavori come Il congresso di futurologia, Cyberiade, Fiabe per robot, che Marcos y Marcos aveva già riproposto qualche anno fa. Ma la lista sarebbe lunga. Vedremo.     Stanislaw Lem, dunque, autore multiforme dal genio multiforme, che già ci confonde fin dalle note biografiche,...

Gli ottant'anni dell'artista / Giulio Paolini a Rivoli: una conversazione

Giulio Paolini compie ottant'anni e festeggia la sua lunga carriera con una mostra di opere inedite al Castello di Rivoli, luogo intimamente intrecciato alle vicende dell'Arte Povera. Così è il lavoro dell’artista, si muove senza requie tra un’infinità di punti collocati nello spazio-tempo, oscillando tra la fine e l’inizio e sempre rinnovando un incessante dialogo tra sé e l’opera. Il titolo della mostra è un indizio certo dei temi che si dispiegano nelle tre sale allestite al secondo piano della residenza sabauda, frutto della stretta collaborazione con la curatrice Marcella Beccaria. Il tema cruciale della visione, la relazione tra supporto e immagine, la storia dell’arte come fonte inesauribile d’ispirazione, l’artista come spettatore sono alcuni dei topoi: molti dei temi che hanno puntellato la ricerca decennale del più borgesiano degli artisti italiani sono racchiusi in questa mostra ricca ma asciutta, che da un lato funziona da compendio a una parabola lunga e fertile, e dall’altra rinnova il desiderio di proseguire un’indagine potenzialmente senza fine.   Partendo da Disegno geometrico del 1960, il primo ambiente ospita la grande installazione composta da nove...

Una conversazione / Erik Kessels, found photography

Erik Kessels (Roermond, 1966) è un artista e curatore olandese. Ha pubblicato oltre 50 libri di immagini trovate, perse, non reclamate o scarti fotografici di cui si è ri-appropriato. Kessels ha espanso il concetto di found photography da una condizione analogica a una digitale, passando dalle ricerche di fotografie nei mercatini delle pulci ai prelievi di immagini dal web. Nel 2011 insieme a Martin Parr, Joachim Schmid, Clement Cheroux e Joan Fontuberta ha co-curato una mostra dal titolo From Here On (A partire da adesso) per Les Rescontres Internationales de la Photographie di Arles, una mostra che ha incluso più di ottanta autori e che ha fatto il punto sulla creazione postfotografica realizzata sino a quel momento. Photography in Abundance di Erik Kessels, una installazione con riversato a terra il volume di fotografie caricate in Flickr in 24 ore, presentata alla fine del 2011 nel museo FOAM di Amsterdam, è una icona della condizione postfotografica in cui nuotiamo ormai da più di un decennio.   Sara Benaglia e Mauro Zanchi: "Dato che gli strumenti determinano ciò che è possibile fare, essi determinano anche, in una certa misura, ciò che può...

Di chi mi devo fidare? / Lino Aldani, 37 gradi di temperatura corporea

Con il rispetto per i morti e per le forze impegnate contro il virus che in questi mesi ha cambiato la nostra vita, questa epoca avrà tra i suoi simboli il termometro.  In passato il nemico era riconoscibile come avversario, questo invece è impalpabile, inafferrabile, etereo, misterioso, non ideologico, immerso nella natura. Di qui il ricorso a chi ne sa di più, all’esperto, alle sue conoscenze e ai suoi ferri del mestiere, e a strategie di ogni genere, inclusi semplici mezzi della tradizione per rilevare il primo segno di pericolo attraverso la febbre, come appunto i termometri.  Cambiano le fogge ma è sempre lui, il termometro a misurare la temperatura e controllare la salute del corpo. È una situazione curiosa in cui l’antico viene in aiuto del moderno, soprattutto in un periodo in cui il dato sanitario programma la vita collettiva. Una situazione che la fantascienza aveva contemplato già in passato, in particolae ad opera di uno scrittore italiano tra i maggiori, Lino Aldani. Nato nei pressi di Pavia, Aldani si trasferisce presto a Roma dove si impegna in diversi mestieri (operaio, barista, bancario, professore di filosofia) prima di insegnare matematica nella scuola...

Il mondo dell'infanzia / A scuola da Walter Benjamin

È nota la sensibilità di Benjamin per il mondo dell’infanzia e per la Kinderliteratur, aspetti ai quali peraltro non sempre si è dedicata opportuna attenzione. In un momento come l’attuale, sotto l’impatto delle restrizioni imposte dal coronavirus, è parsa venir meno per i bambini e i ragazzi post lockdown la gioia di divertirsi con mezzi di fortuna, in un giardino, in un cortile, su un marciapiede, in un’aula scolastica, e il gusto di stare insieme. Essi sono stati costretti a limitare a ritmi e abitudini quotidiane (o addirittura a rinunciarvi) e a veder modificati i rapporti scolastici che ne scandivano l’esistenza e che erano parte essenziale della loro identità. Perché non chiedersi allora se Benjamin non abbia ‘qualcosa da dire’ anche sul piano formativo e pedagogico, offrendo preziose indicazioni persino a qualche incuriosito maestro di scuola?  Theodor Adorno ha osservato nel suo Profilo di Walter Benjamin (1972): «Ciò che Benjamin diceva e scriveva sembrava far sue le promesse dei libri di favole per l’infanzia, anziché respingerle con la maturità ignominiosa dell’adulto. (…) Chi entrava in consonanza con lui si sentiva come un bambino che scorgesse attraverso le...

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