Bagai. Avere vent’anni o cento

1 Aprile 2024

“Tra tre giorni compio diciannove anni e non so che farmene. Non mi piacciono le cose che si spezzano”. 

Avere vent’anni o cento, non cambia poi mica tanto se non riesci a vivere la vita com’è: è un verso di una canzone di Brunori Sas a cui ho pensato mentre leggevo Bagai di Samuele Cornalba (Einaudi 2024, pp.184), il romanzo d’esordio di uno scrittore nato nel 2000, e cioè due anni prima di me. 

Vorrei a proposito partire da una premessa di metodo: uno dei pilastri granitici della critica è evitare di esporre l’io biografico di chi scrive. È per me in questo caso pressocché impossibile: ho desiderato confrontarmi con la scrittura di Cornalba perché mi interessava personalmente (mi chiedo d’altronde quali libri non ci interessano personalmente?) e perché c’erano dei fili della trama di Bagai che in qualche modo richiamavano il mio percorso di quasi adulta (“bagai” è una parola del dialetto lombardo che indica chi sta attraversando quel periodo della vita a metà strada fra l’adolescenza e quel che c’è dopo); d’altronde, come ha scritto Mario Desiati in un altro grande libro che attraversa anche il tema della giovinezza: “A volte si leggono romanzi solo per sapere che qualcuno ci è già passato”. 

Ecco, dunque, uno degli altri nodi fondamentali: la letteratura. La quarta di copertina di Bagai recita: Questo non è un romanzo generazionale. Era stato proprio Desiati, discutendo di Spatriati, a dire che non apprezzava l’etichetta “generazionale”. In un pezzo molto lucido pubblicato sul quotidiano La Stampa, Desiati rintracciava le origini del dibattito attorno all’etichetta e le faceva risalire ai tempi di Moravia – o Pasolini dopo di lui –  il quale propose di distinguere romanzo di formazione da romanzo generazionale perché “il romanzo generazionale, scriveva, dà voce a personaggi che si identificano con una generazione, e parlano a nome di essa. È un’appropriazione, un modo per dire: io sono la mia generazione, le cose che succedono sono quelle che riguardano la mia generazione.” Sottolineava in proposito il rischio di “rinchiudere in un recinto i processi umani, soprattutto quelli creativi.” Proprio alla luce di queste considerazioni sembra più che giusto dire che Bagai non è un romanzo generazionale: è il romanzo di una giovinezza nella quale però possono rispecchiarsi molte altre esistenze (anche lontane dall’adolescenza); a proposito, durante un incontro nel mio liceo qualche anno fa, Nicola Lagioia affermava che la letteratura può farci sentire meno soli nel ballo della vita.

Questa storia non ha la pretesa di essere il ritratto monolitico di una generazione: coinvolge in una certa misura anche gli adulti, mettendone talvolta a nudo le fragilità, mostrando loro quello che un tempo sono stati – la differenza fra quello che avrebbero voluto essere e quello che sono diventati. Sono adulti sconfitti, spesso delusi, talvolta nostalgici: d’altronde “avere vent’anni o cento, non cambia poi mica tanto se non riesci a vivere la vita com’è.”

E però allo stesso tempo è una storia che trasforma in letteratura cosa significhi essere un diciottenne negli anni Venti del Duemila, illuminando un immaginario diverso e usando un lessico nuovo per dire il mondo che viviamo: è da questo punto di vista un’operazione sperimentale preziosa nel nostro panorama letterario, che non annovera tentativi simili.

Elia vive a Pandino, in provincia di Cremona, “appena novemila abitanti, ha quindici bar, dieci parrucchieri, cinque pizzerie, due chiese, un santuario e neanche una libreria.” Forse la città è l’altra protagonista di questo romanzo: “non ha una spiaggia, non ha nulla” – son tutte uguali le province d’Italia, direi, da figlia della provincia meridionale, ma quelle del nord a volte fanno un po’ più paura: “Pandino, a dicembre, è il luogo più misero della Pianura. Livide e fredde, le giornate muoiono subito, strozzate dalla nebbia. Per strada solo ombre e grani di sale, nei giardini l’erba non sbrina.” Insomma il romanzo è permeato dallo spazio geografico, irrorato da strade, case, scuole, stazioni; e dallo spazio i personaggi sono talvolta condizionati: Pandino è allo stesso tempo il luogo da cui fuggire e quello in cui imparare – a diventar grandi, a camminare sulle proprie gambe, a nuotare perfino – spazio in cui esprimere dissenso, provare a trovare una voce. Torno alla quarta di copertina, in cui si legge “Bagai è un urlo potentissimo”: “In una notte, tappezzare il paese: questo il piano. La mattina seguente i novemila pandinesi non avrebbero trovato un lampione, una pensilina, un muro che non urlassero all’azione” si legge nel capitolo ventinovesimo. I manifesti in questione riportano uno degli slogan dei Fridays for Future, OUR HOUSE IS ON FIRE.

Elia frequenta l’ultimo anno di liceo e veleggia verso la maturità, ma per il pensiero del futuro nel presente c’è ancora poco spazio. Ha un migliore amico, Andrea, che conosce dall’asilo nido. Andrea si candida come rappresentante d’istituto e nella sua lista c’è anche Camilla, coetanea, che frequenta il liceo classico. Sin dai primi incontri con lei Elia ha l’impressione che voglia dirgli qualcosa: è significativo che il personaggio venga presentato così in prima battuta, come portatrice di un non detto – lo sarà fino alla fine. 

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Camilla, al contrario di Elia, ha ben idea di quello per cui c’è posto nel domani; innanzitutto, una città diversa da Pandino: vorrebbe spostarsi a Padova per frequentare l’università. In realtà non importa davvero il dove, quel che conta è allontanarsi dal posto in cui è nata. Per crescere bisogna “sbattere contro gli spigoli del mondo”, ha spiegato Cornalba presentando il suo libro, e spesso in provincia sembra di girare in tondo. Servono viali larghi in cui perdersi, essere nessuno, sentirsi invisibili, nuovi, una trama da inventare: “A Crema perdersi è impossibile. Ogni tanto vorrebbe vivere a Taipei, Berlino, Rio de Janeiro, città in cui immagina che sia facile scomparire.” Il virgolettato è un pensiero di Elia, eppure questo desiderio non lo attraversa mai fino in fondo, o almeno non nella stessa misura in cui attraversa Camilla – che in questo senso è il suo doppio dinamico (e anche un po’ inquieto). 

Da questo punto di vista Pandino regge l’intreccio – o almeno parte di esso – al pari di un personaggio, come polo a un tempo misteriosamente attrattivo e respingente: riflette l’indifferenza iniziale di Elia, assecondandola, mentre alimenta la necessità di fuga di Camilla, e sul finale accompagna Elia nella maturazione di un bisogno di crescita. 

Un altro filo di questa trama chiama in causa la perdita, e la ricerca di un senso. Elia ha perso sua madre in un incidente stradale quand’era molto piccolo e vive da solo con suo padre Carlo. È in questa zona del romanzo che si rivelano le fragilità adulte: Carlo fatica a trovare uno spazio di dialogo col figlio e a verbalizzare il lutto. Di Teresa, madre e moglie, non si parla mai, sebbene Elia abbia uno spasmodico bisogno di cercarla nei frammenti della sua esistenza. Così casualmente (ma al caso non bisogna creder troppo) Elia porta a far sviluppare un rullino sottratto dallo studio del padre, fotografo, del quale si è servito per alcuni scatti utili per la campagna elettorale degli amici. Quando si reca con Camilla a ritirare le foto sviluppate ne trova molte altre: in una “È mattina, sul tavolo i resti di una colazione, al centro una donna sorride di tre quarti col tallone appoggiato alla sedia e il ginocchio vicino al petto. Tra le mani un libro di cui non si legge il titolo.” Camilla chiede di chi si tratti, Elia risponde solo “È mia madre”. Il capitolo si chiude qui: è un bell’esempio della prosa di Cornalba, asciutta, che procede per frasi brevi, condensate. Ed è anche un bel nodo della rete di richiami sottili al lettore che attraversa il romanzo, correndo in parallelo alla trama. È interessante che Elia si imbatta in questa foto in compagnia di Camilla (dicevamo di diffidare dal caso): sembrerebbe quasi che la forza propulsiva del personaggio femminile, costruito per essere una sorta di controcanto di quello maschile, sia la spinta di cui Elia ha bisogno per fare i conti con la figura della madre. Il libro che Teresa sta leggendo nella foto è Il grande Gatsby: non solo Elia ritroverà proprio quella copia (o meglio, sarà Carlo a fargliela ritrovare, in un inconsueto e commovente moto verso il figlio) ma riuscirà anche a risalire alla libreria cremonese in cui è stato acquistato, gestita da Fausto – il secondo adulto maschio di questa storia, quasi uno specchio di Carlo. 

Nella libreria di Fausto, L’Ortica, Elia e Camilla svolgono le attività previste dal piano di Alternanza Scuola-Lavoro. Imparano a conoscersi sotto la buona stella dei libri, in qualche modo, e parallelamente Elia impara a cercare sua madre nelle sottolineature e negli appunti sul Gatsby, interrogando la sua grafia, le curve delle sue ‘m’. È una piega della trama molto luminosa; in questo senso, Bagai è un libro che chiama in dialogo altri libri per illuminare e ricomporre tracce di vita.

Cos’è l’amore a vent’anni? Cosa significa volersi bene? Forse a volte è cercare uno chignon in una stazione affollata, su un treno di ritorno dal futuro. “Milano rimane il nome del luogo gigantesco e frenetico che si può raggiungere con un’ora di K523; il luogo del futuro, dell’università, degli adulti. Delle stazioni dove ci si perde come niente e in cui cercare Camilla.”

Quando Camilla torna da Padova, dov’è andata per svolgere i test d’ingresso per l’università, Elia va a prenderla in stazione Centrale, a Milano: “Forse avrebbe dovuto prendere dei fiori, come fanno gli innamorati. Invece nello zaino ha una confezione di KitKat delle macchinette.” 

Sta imparando, goffo e impreparato, un linguaggio nuovo che all’inizio rifiutava – per paura o per incapacità di articolarlo. “Diventare grandi significa imparare a prendersi cura di qualcuno”, ha detto Cornalba. Qualche capitolo prima della scena ambientata in stazione Elia aveva detto a Camilla, dopo una conversazione sulla possibilità di spostarsi a Padova: Non avrò cura di te. 

“Tanto come ho sempre detto, non c'è niente che prometto/ Sì però / E poi mi sono contraddetto / Forse perché non rifletto mai / Al giusto momento”: queste frasi vengono da una canzone di Fulminacci (Filippo Uttinacci, 26 anni, Targa Tenco nel 2019 come miglior Opera Prima). 

Quando Camilla chiede per la prima volta a Elia di raccontargli cosa sia successo a sua madre i due stanno camminando nel giardino a casa del ragazzo, dove Carlo ha cercato di allestire un piccolo orto. “Tenace, fra l’erba bastarda, una piantina di fragole […] gli basterebbe un calcio per ucciderla, che tanto è quasi ottobre e le fragole non maturano più.” Circolarmente, le fragole ricompaiono in chiusura del libro: si parla di una cena durante la quale Camilla ha cucinato per lui e per un piccolo gruppo di amici, e prima del dolce Elia ha fatto assaggiare a tutti le fragole del suo orto: “Nonostante i dubbi e i temporali e l’inverno, sono sopravvissute.” È chiaro di chi siano i dubbi, di quali temporali e di quale inverno si parli: le cose non sono le cose, e così le fragole si fanno simbolo di una fioritura ulteriore, anche in forza anche della posizione che assumono nel testo-tessuto; fioritura timida e dolcissima, “tenace fra l’erba bastarda”: il punto è trovare il proprio spazio, imparare ad abitare la propria dimensione. 

La fatica di Elia è quella di chi si affaccia sul bordo del mondo, a metà strada fra la responsabilità del diventar grandi e la necessità di lasciare andare. Italo Calvino nel Visconte Dimezzato scriveva che “A volte uno si crede incompleto ed è soltanto giovane”, è soltanto un ‘quasi’, soltanto un bagai.

Cornalba ha scritto una storia torbida e limpida assieme come solo i vent’anni sanno essere: le acque di un mare sporcate dal turbinio della sabbia che non perdono la trasparenza – quello che arriverà dopo (il mondo, il domani), oscuro o lieto che sia, è lì anche se non si è capaci di scorgerlo con chiarezza. Per questo la voce del narratore resta salda e sicura nel dirigere i personaggi “nonostante i dubbi e i temporali e l’inverno” dove le fragole sopravvivono, “con lo sguardo cucito all’orizzonte.” Avere vent’anni o cento non cambia poi mica tanto.

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