Comparazioni indebite

Un voto incauto al Parlamento europeo di Strasburgo ha fatto tornare la vecchia moda dei confronti fra comunismo e fascismo: la galleria degli orrori del secolo passato. Che si tratti di un parallelo ambiguo, per non dir di peggio, risulta palese da qualche giornale di destra: “E adesso, togliete dalle strade anche i nomi dei comunisti”.

Però, più passa il tempo, più scade la memoria e meno si legge la Storia, più il paragone sembra farsi impellente. Non voglio entrare nella gara del numero delle vittime e altro ancora. Non voglio difendere il comunismo che, nella sua storia ormai conclusa, ne ha fatte di tutti i colori. La rivoluzione più sanguinosa della storia è stata forse quella più egualitaria: il cristianesimo. Ma bisognerebbe far parecchi conti fra il “Sinite parvulos venire ad me” e Torquemada, quello dell’Inquisizione.

E allora sarà il caso di utilizzare nuovi termini e nuovi approcci. Forse non sempre nuovi, ma fuori dai fogli comunque sì.

Innanzitutto sconsiglio di parlare di un solo comunismo e di un solo fascismo: fra i comunismi, nel tempo e nello spazio, si va dalla Comune di Parigi al regime cubano e, oso dire, al collettivismo apparentemente mite dei kibbutz. Si incontrano diverse tipologie di pacifiche socialdemocrazie, ma si arriva sempre al truce Socialismo Reale…

 

Anche nella storia di un medesimo comunismo si incontrano le configurazioni più varie, nessuna delle quali, occorre dirlo, riesce a sopravvivere alla potenza della Glasnost e della Perestroika del luminoso Gorbaciov, soprannominato dai contemporanei “il Segretario secco” perché i Segretari del PCUS prima di lui si ubriacavano sempre. Di vodka, ovviamente.

Facendo un salto in Cina, non mi par possibile confrontare il comunismo della Lunga Marcia con quello orribile delle Guardie Rosse e con le metropoli giganti di oggi, che, quando eravamo bambini, potevamo sognare solo nei fumetti spaziali di Flash Gordon.

Vi sarete accorti che mi sono ben guardato dal parlare del comunismo come ricerca del bene: lo faceva, ma passava da un fallimento all’altro. 

Anche di fascismi ne incontriamo parecchi scorrendo con un dito sul rigone in caratteri runici della Storia: quello tedesco, quello italiano, quello iberico, quello latinoamericano… 

Qui si tenterà un confronto, del tutto sperimentale, tra il comunismo sovietico, che campò 72 anni, e il fascismo tedesco che ne visse solo 12. Dodici scarsi. 

Nell’ipotesi che si possano, in paradosso, considerare ambedue i sistemi alla stregua di malattie dell’umanità, mi chiederò quale delle due malattie risultasse meno esiziale perché esposta al sistema immunitario e agli anticorpi della specie umana.

 

Il comunismo era una Rivoluzione egualitaria che si fondava oggettivamente sulla realtà della lotta di classe accesasi fra proletariato e capitalismo in seguito all’industrializzazione feroce del 1800. Tale lotta consisteva in un viluppo di contrasti di interesse e talvolta perfino di comunanza di obiettivi, e dipanare quel viluppo comporta ben altre capacità delle mie. Ma la matassa esisteva, oggettivamente e indipendentemente dal comunismo, e con essa ci si doveva misurare dipanandola: dalla matassa uscivano gli anticorpi che contrastavano il comunismo condannandolo a una vita grama di fallimenti: il capitalismo anche era destinato al fallimento, ma in quanti secoli? Tanti quanti quelli del feudalesimo?

 

 

Quando venne inventato il socialismo in una sola Nazione, la situazione peggiorò perché ai contrasti di classe si aggiunsero quelli internazionali e nacque infine la Guerra Fredda che fredda era e tale rimase come fredda contraffazione della guerra di classe. Si aggiunsero però le rivolte: Berlino, Poznan, Budapest, Praga… Brandeggiar di carri armati, fucilazioni di premier e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, la speranza del futuro, in men che non si dica si era trasformata nella Prigione dei Popoli: l’Impero russo altri non era che il suo papà. E il comunismo cadde come per volontà propria, lasciando perfino rimpianti come quelli dello stile British dopo la caduta, altrettanto automatica, dell’Impero britannico.

 

E passiamo alla malattia nazista. Si basava sul principio della disuguaglianza che risaliva forse al tempo degli ominidi. Di conseguenza la struttura sociale veniva profondamente riformata: la società era trasformata in caserma con tanto di gerarchie, e non era nemmeno il peggio.

Abolita la lotta di classe, sostituita dalla fiaba della collaborazione di classe, si era ricorsi all’irrealtà delle razze umane distinte in superiori (ma guarda un po’, quella tedesca!) destinate a comandare per sempre l’umanità, inferiori (quella slava a portata di mano e poi le altre) da ridurre per sempre in schiavitù, e infine quelle deteriori (gli ebrei e gli zingari) da eliminare, possibilmente in segreto, man mano che le si inventava. La fantasia non ha limiti.

Questo sistema ideologico fasullo era del tutto indipendente dalla realtà ma utile alla sete di dominio con qualsiasi mezzo. Gli anticorpi o il sistema immunitario nulla potevano di fronte a un delirio in grado di affliggere per sempre l’umanità. Come quelli delle streghe, dei fantasmi, dei menagrami e di ogni altra superstizione immaginabile.

 

Il fascismo tedesco infatti ricorreva sempre a fiabe per contraffare la realtà: la Prima Guerra Mondiale l’avrebbe vinta la Germania senza il complotto giudaico, quello stesso dei Protocolli dei Savi Anziani di Sion che facevano proliferare la prostituzione, il bolscevismo e ogni altra calamità…

E così accadde che il mondo dovette stabilire, dopo molti tentennamenti, che il morbo fascista poteva essere guarito solo con la chirurgia d’urgenza: ottanta milioni di morti, l’Europa spianata e il finalino delle bombe atomiche. 

 

Chirurgia d’urgenza, e, in base all’urgenza, si arrivò alla alleanza tra Wall Street e i Soviet, fra Chiang Kai-shek e Mao Zedong. Si promise tutto a tutti per arrivare alla vittoria con la resa incondizionata della Germania e poi del Giappone. Anche da queste promesse, con le trasformazioni del dopoguerra, nacquero l’uguaglianza delle donne, la decolonizzazione, l’assistenza medica universale britannica e poi europea, i diritti dell’uomo, i diritti dei lavoratori…

C’è una vecchia foto nella quale si vede Winston Churchill che nel 1945, sotto le macerie della Cancelleria a Berlino, si sta accomodando per beffa sulla sgangherata poltrona di Adolph Hitler, aiutato e sostenuto da ufficiali dell’Armata Rossa.

Consiglio di inviare questa foto ai Parlamentari europei, compreso il Presidente David Sassoli, che se la mettano sul comodino prima di avventurarsi in confronti piuttosto azzardati.

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