Racconti del pianeta Terra

6 Luglio 2022

“Ma ora che ei sono tutti spariti, la terra non sente che le manchi nulla…”: è il Folletto che in una delle leopardiane Operette morali, replicando allo Gnomo, sottolinea la ritrovata autonomia del pianeta Terra, dopo la sparizione della vita umana, messa in opera con vari mezzi dall’uomo stesso. Il dialogo mette in scena la fine della “pretesa civiltà” dell’uomo, il dissiparsi nel vuoto della osannata signoria della specie umana sulle altre creature e sulla natura stessa.

Non poteva esserci apertura più opportuna per una raccolta come quella curata e introdotta da Niccolò Scaffai per Einaudi e che ha per titolo Racconti del pianeta Terra. Venti racconti di autori che in tempi diversi e da prospettive diverse e con stili diversi descrivono la deflagrazione del rapporto d’armonia uomo-natura, la violenta modificazione del paesaggio, l’alterazione degli equilibri nella biosfera, la consumazione cinica delle risorse, l’asservimento e lo sterminio del mondo animale, insomma le amare testimonianze di un’apocalisse sempre più all’orizzonte.

E si tratta di scritture che in forme ogni volta diverse coniugano l’indignazione con l’ironia, la denuncia con il giuoco sottile della finzione, la presa di posizione politica con l’affabulazione. Proprio per questo l’inizio della bella antologia con il Dialogo di un folletto e di uno gnomo può rinviare il lettore a quei luoghi del leopardiano pensiero della natura, del rapporto uomo-natura, che oggi più che mai sentiamo all’altezza della nostra epoca, delle sue più forti domande.

Tra questi luoghi, l’invito a dislocare il punto di osservazione sulla civiltà in una lontananza estrema per poter cogliere nella sua tragicità l’opera distruttiva compiuta dall’uomo sulla natura. Da quella lontananza, che è anche punto di vista anteriore – l’antico, il fanciullo, l’animale – il poeta può osservare la vacuità e insieme la miseria di un antropocentrismo incapace di misurarsi con l’alterità, con l’ordine cosmografico, con il respiro del vivente, di ogni essere vivente, insomma con il bios. C’è tuttavia da aggiungere che Leopardi fino all’ultimo ha tenuto aperta una sua domanda giovanile: “come abitare in un mondo snaturato la natura”. Quali, nella devastazione in atto, i residui campi di difesa, di cura, di custodia? 

Il punto di lontananza da cui osservare la condizione umana è mostrato, nell’antologia einaudiana, già nell’immagine di copertina: Global Warming, dell’artista svizzero-tedesca Emilie Möri. Una distesa di sabbia biancorosa, figurine umane, piccolissime, sparse sulla sabbia, sdraiate o in cammino, una striscia azzurrina di mare, e di fronte un altissimo iceberg che si leva minaccioso con il suo biancore dai riflessi celesti. Il punto di osservazione è spostato dalla parte dell’immensa massa di ghiaccio.

Una scena che, come sottolinea Scaffai nell’introduzione, crea un “attrito visuale “, e per questo “corrisponde allo straniamento cognitivo a cui ci espongono i cambiamenti profondi del pianeta Terra in un tempo segnato, in senso materiale e culturale, proprio dal riscaldamento globale e dallo scioglimento dei ghiacci, dalla crisi climatica, dal rapido declino della biodiversità”. Narrare la crisi del pianeta è ripercorrere il disegno di alcune grandi fratture che caratterizzano l’Antropocene, cioè l’era nella quale le azioni dell’uomo hanno avuto come prospettiva consapevole la progressiva alterazione degli equilibri ecologici.

I racconti sono ordinati in quattro aree, ciascuna delle quali declina il punto di vista straniante: una genealogia della coscienza ecologica, la relazione tra l’umano e l’animale, le rappresentazioni del disastro e dell’apocalisse, il racconto della catastrofe ecologica. Così, per citare solo alcuni dei venti autori, il lettore può assistere con Wells a un tempo in cui una specie animale, laboriosa e ordinata come la formica, affina le sue strategie di espansione e dominio, conquista nuove terre e dall’Amazzonia giunge in massa a “scoprire” l’Europa.

O può essere condotto da Primo Levi, con una tersa e insieme tragica forza allusiva, in una terra dove la volontà di morire di una specie di roditori come i lemming si mostra priva di rimedio e il tentativo di uno scienziato di far respirare agli animali una sostanza che trasmetta la volontà di vita si rivolta contro lo stesso ricercatore. Da Jack London, che racconta un’estrema caccia a un mammut ancora vivo si passa a J.M.Coetzee, che con pannelli narrativi molto mossi mette in scena non solo la distrazione degli uomini dal vivente animale, ma l’industriale riduzione degli animali a materia dell’alimentazione umana.

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Si può inoltre indugiare tra le serrate pagine di Sebald che dislocano lo sguardo in uno spazio di indifferenza, dal quale è come se piovesse una luce fredda, e per questo rivelatrice, sulle cose, sui gesti umani, sul vivere quotidiano. Si può assistere, nel racconto di Martin Amis – dal punto di osservazione di un personaggio “immortale” che attraversa le ere geologiche e i millenni – alla recentissima comparsa dell’uomo e alla sua implacabile assidua avventura distruttiva di sé e del pianeta. O seguendo i bellissimi movimenti narrativi di un grande scrittore come Ballard si possono seguire i disperati tentativi di tenere in vita l’ultima presenza di una specie animale, un piccolo cetaceo, nel melmoso stretto rimasuglio lacustre di quello che fu l’Oceano Atlantico.

Con gli scritti dell’indiano Gosh e della canadese Margaret Atwood saggio e narrazione si fondono, e gli aspetti della crisi climatica vengono esposti nella loro drammaticità, insieme alle domande su come portare nella vita della narrazione – potremmo dire nell’attuale “écriture du desastre” – questa estrema necessaria consapevolezza ecologica. 

Così, per ognuno dei racconti antologizzati – tra gli altri autori anche gli italiani Anna Maria Ortese, Mario Rigoni Stern e Paolo Zanotti – c’è un modo particolare di percepire e narrare lo stato limite della condizione ambientale. 

E tuttavia, la raccolta, nel suo svolgersi, non si chiude nell’oscurità dell’impossibile svolta, né cancella ogni venatura di speranza. È questo il senso della chiusa con le pagine di Jonathan Franzen, le quali danno rilievo ai piccoli gesti quotidiani –nell’orizzonte del possibile e del circostante – e alle piccole battaglie locali, che servono a tenere viva la fiammella della speranza. 

Qualche considerazione al margine.

L’antologia, e questo mi sembra sia il merito indubbio del curatore, non si adagia, nelle scelte e nell’impianto, su un’idea predefinita di ecocritica: non è un orizzonte disciplinato a suggerire i criteri, ma il tumultuante – e vitalissimo e irriducibile a paradigmi – mondo di una narrazione che rappresenta, con libertà inventiva e variabilissima, il rapporto dell’uomo con il suo ambiente e con le altre specie. Una narrazione che per le forme che assume e per il grado di animazione fantastica che mette in moto è un atto critico e politico. Non rimuove mai, infatti, l’avvenuta incrinatura del rapporto umano con il visibile, con lo spazio dell’abitare, con l’ambiente.

E prende atto di come l’ospitalità che la terra ha dato all’uomo sia stata ricambiata con un’opera assidua, implacabile, ininterrotta di distruzione. Da qui una sorta di compassione non solo per il dolore dei viventi, ma anche per la sparizione, per quel che è stato sottratto alla vita, alle rispondenze di vita e d’armonia nella vita, ed è stato invece piegato all’uso, al consumo, asservito all’imperio della tecnica. Di una tecnica solo apparentemente liberatoria, di fatto ingannevole perché è contro l’armonia dei sensi umani (so che è una vecchia espressione, il cui conio qualcuno può far risalire alla “nuova sensibilità” di marcusiana memoria, ma quell’aria respirata dalla mia generazione non era poi priva di una tensione verso la ricerca di un equilibrio con il naturale e con il visibile). 

Non è comunque questione di nostalgia da rivolgere a un mondo perduto, ai “verts paradis des amours infantines” di cui dice il poeta; anche se la nostalgia non è affatto deprecabile quando ricompone immagini, e raccoglie nella mente e nel linguaggio quel che è perduto, dando ad esso, alla sua parvenza, un ritmo, una lingua, una forma, certo trasognata nella sua esilità, fuggitiva, ma in grado di mostrare, insieme a quel che più non torna, la bellezza di quel che è stato vissuto e perduto (del resto, questo movimento che nomina e accoglie quel che non c’è più è proprio anche della poesia, del suo linguaggio). 

Ma soprattutto si tratta, dinanzi all’avvenuta alterazione degli equilibri, e dinanzi alla devastazione in atto, di prendersi cura del poco che ancora è salvabile, del poco di bellezza e di armonia che sopravvive nella distruzione. Si tratta di amare quel che non è ancora del tutto perduto. E allo stesso tempo tentare tutte le forme e tutte le azioni che possano promuovere una politica davvero all’altezza dell’epoca. Una politica, ad esempio, che invece della produzione di armi e della corsa dei Paesi agli armamenti, metta al primo posto, secondo piani non a venire, ma immediati e urgentissimi, la difesa di quel poco degli ecosistemi che ancora è salvabile. Molta parte del disastro è irreversibile, ma ci sono ancora margini di preservazione. Rinunciare a questo è collaborare attivamente alla catastrofe. 

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