Philippe Morre: istantanea di ippopotamo con banane

Esistono solo due raccolte di poesie di Philippe Morre: la prima solo in inglese, The Sadness of Animals (San Marco Press, 2012), la seconda invece in italiano e inglese Istantanea di ippopotamo con banane (Interno Poesia, 2019). Nonostante le nove pagine che Poesia gli ha dedicato in febbraio di quest’anno, di Philip Morre resta purtroppo piuttosto difficile reperire i libri sia in Italia che in Inghilterra.

Patrick McGuinness, nel saggio pubblicato da Poesia, parla di lui come di un poeta che è la quintessenza dell’inglese. Ci sono naturalmente anche molti altri autori che hanno formato Philip Morre: Montale, Callimaco, Caproni, Bonnefoy. Forse è appunto questa la quintessenza dell’essere inglese, fin da Chaucer e Shakespeare: una capacità di nutrirsi di altri idiomi e modi di pensare. In parte accade all’inglese quello che è accaduto al greco nel mondo antico: l’inglese è progressivamente diventata una lingua diffusa nel mondo per la sua grande capacità di assorbire.

 

Non solo non ha un’Academie o una Crusca, ma nel lessico e nella sintassi, e soprattutto in una voracità intellettuale che l’ha trasformata nella lingua delle scienze e in un grande veicolo delle letterature di tutto il mondo, l’inglese è divenuto com’è noto la lingua della nostra epoca. Questa diffusione ha conseguentemente provocato, come la Koiné greca, un doppio inglese: quello dei nativi dei paesi anglofoni, distanti tra loro come Australia e USA, Sud Africa e Inghilterra, e l’altro che parliamo tutti, dai marinai sui vaporetti di Venezia ai medici indiani o cinesi che vanno a convegni internazionali; questa è una lingua per lo più veicolare, che consuma tonnellate di Netflix o Amazon video e di romanzi popolari. 

  

È naturalmente nell’altro inglese, decisamente più sottile e preciso, che scrive Morre. Un inglese non meno aperto all’eclettismo ma con una propria disciplina interna, spesso confusa con una forma di snobismo, che è invece essenzialmente radicata in quello che l’Inghilterra è davvero per chi la conosce un po’ meglio. Un mondo di contrasti sociali molto netti. Per capire quanto poco sia snob (che tra l’altro è una parola di origine inglese, viene dall’abbreviazione di sine nobilitate, s.nob., usata per gli alunni facoltosi ma non nobili delle scuole private) la mentalità inglese, aiuta una delle poesie della prima raccolta di Philip Morre, dove viene descritta una serata di un pub in campagna o forse nella suburbia londinese, Here’s to the Home Counties. Il titolo potrebbe essere un invito a un brindisi ma il primo verso stabilisce subito un tono più penetrante:

 

Dour days incline folk to a grim cheer

 

Giorni cupi invitano la gente a un brindisi grigio

 

La poesia non è stata inclusa nella raccolta italiana e descrive i personaggi di una serata in un pub: un vecchio ufficiale in pensione e soprattutto sua figlia, qualche gradasso, i riti di intrattenimento e socializzazione di chi vive a ridosso di una grandezza perduta, manierismi familiari anche a romani, veneziani, francesi, viennesi e via dicendo, per cui da qualche parte nella memoria del luogo è associata una vanità per le glorie trascorse, il piccolo sciovinismo in realtà piuttosto innocente satireggiato nel settecento da Lawrence Sterne in Tristram Shandy attraverso Yorick. Oggi in Inghilterra la vanità di questa nostalgia è più irritante che in altri periodi perché, cadendo vittima di politici come Farage e Johnson, lo stato e la società inglese appaiono pericolosamente prigionieri del provincialismo che per semplicità chiamiamo Brexit. Ma anche noi potevamo benissimo finire vittime di Salvini, o la Francia di Le Pen, i cosiddetti populismi ci hanno impegnato a resistere alla deriva che in cerca di consensi ha ravvivato le identità di tutti i conformismi, dal tifo del calcio alle associazioni venatorie alle serate al Papete. Nessuna società che io conosca è attrezzata come quella inglese a mantenere un equilibrio tra la ragionevolezza che si raggiunge attraverso un’educazione ricevuta da scuole e università e il popolo, come lo definiva Umberto Bossi. Anche per questo il momento è particolare, proprio perché vede le vecchie classi dirigenti faticare per non venire sopraffatte da sentimenti diffusi e pericolosi, intrinsecamente nazionalisti e quindi assai vicini al fascismo, e fatica a tenere il passo con le social democrazie europee che hanno seguito un diverso tipo di sviluppo dei diversi gruppi sociali.

 

L’Inghilterra però non è fascista e secondo me non potrebbe mai davvero esserlo. Dal fondo cupo della nostalgia imperiale non emerge un animo revanscista, piuttosto un desiderio di pensionamento, di brindisi ai propri riti. L’emancipazione dei ceti medi che ha tanto inquietato questa struttura sociale ha effettivamente alterato il rapporto servo-padrone di un sistema dove l’aristocrazia non è fenomeno marginale e neppure qualcosa del passato, ma l’anima di un atteggiamento al fondo deferenziale nei confronti del potere. Se Berlusconi o Murdoch devono continuamente gettarsi in piazza per rinverdire la base dei consensi, fomentando rivolte contro insegnanti, vaccini, scienza, quasi fossero loro i guai del mondo, le classi dirigenti inglesi si fondano su una separazione dinastica. Essere esposti ai rapidi rivolgimenti di fortuna, altera il nocciolo di questi rapporti. Perché insegnanti e medici sono espressi dall’interno dei ceti medi, mentre famiglie reali, miliardari e personaggi celebri sono così remoti che divengono i soggetti di una interlocuzione fantasiosa con il potere, che si svolge attraverso rotocalchi e via internet.

  

Mentre al contrario, soprattutto oggi, è la povertà e al tempo stesso un senso di realismo efficace, cogente, che ci trascina nell’ambiguità dei ceti medi, sempre sospesi tra un proletariato piuttosto disoccupato, non tanto da crisi economiche quanto dal non credere che nella vita valga la pena occuparsi di nulla, e dall’altra parte l’emancipazione, attraverso l’università, il lavoro, la carriera, in un mondo di persone motivate dai successi accademici e quindi sempre tentate dalla vanità di credere nell’identità professionale: dottori, avvocati, professori, architetti. Una barzelletta che catturava perfettamente questa condizione psicologica racconta di una signora che correva lungo la spiaggia Long Island gridando: aiuto aiuto! Mio figlio, l’avvocato Goldstein, sta annegando!

  

Questa frattura sociale è al centro della migliore poesia novecentesca inglese, dalle grandi, magnifiche poesie di Philip Larkin fino al tono malinconico-ironico di Philip Morre. The Whitsun Weddings di Larkin racconta un memorabile viaggio in treno dal nord per Londra dove si ritrova immerso nei manierismi, gli odori, i ritmi di una classe da cui Oxford l’ha emancipato. Si prova qui lo sgomento e lo snobismo, la nostalgia e il destino di questa separazione che attraverserà tutta la sua poesia. 

  

Quanto sia complicato capire il mondo inglese lo sanno tutti, e sono tanti, gli anglofili italiani. C’è appunto, come in Morre, una base semplice, piuttosto accogliente, su cui si alzano magnifici edifici. Forse perché il punto di riferimento letterario inglese non è un grande poeta morale com’è Dante, che nel suo viaggio verso la scienza, la lucidità e la conoscenza si incammina un passo dietro l’altro tra i destini degli altri per proseguire e innalzare la propria comprensione del mondo, ma un uomo di teatro, Shakespeare, che lavora tra parrucche e ombretto e altri attrezzi di scena, tra le risate in camerino in cui si scarica la tensione del recitare, tra drammaturghi che hanno sempre bisogno di contrastare comico e tragico, l’umorismo di personaggi popolari come Malvolio o i vari fools ai toni alti, lirici e commoventi di Amleto, Giulietta, Lear. 

  

In Philippe Morre e nelle sue poesie c’è sempre questa vena dove non è mai chiaro se il tragico faccia anche ridere o se dietro l’umorismo non si aprano momenti elegiaci, commoventi, che portano al cuore di un’emozione. In fondo la poesia non contraddice l’universo morale delle religioni che separano il bene dal male, è piuttosto un altro ambito, dove il desiderio di queste opposizioni elementari rende semplicemente miopi. Otello fa certamente male ad ammazzare Desdemona, ma se si guarda la tragedia per trarne insegnamenti morali non si entra neppure a teatro, non se ne capisce nulla. 

  

 

La poesia di Philip Morre si alza su questa base ricca di toni contrastanti come un airone che sorvola, coglie con lo sguardo e non diviene prigioniera della politica. I conflitti sono ampi e pubblici quanto privati, intimi, ogni frammento è eloquente in sé, il verso trae nutrimento da uno sguardo che si presenta quasi distratto, e invece registra ogni dettaglio. Dal persistere delle alterità e delle opposizioni, dal non scegliere moralmente, nasce l’amore del lavoro letterario, che sceglie sempre un’interpretazione piuttosto che una soluzione. E qui c’è anche molta Italia (Morre ha vissuto in Italia gran parte della sua vita adulta). L’Italia amata da Pound, Eliot, Joyce, e cioè un’Italia letta non attraverso il nostro tentativo di modernizzarci, e quindi in qualche modo convincerci che la nostra adeguatezza sia nel futuro, ma piuttosto un’Italia che si fa un autoritratto senza mettersi in posa. 

  

Per Philip Morre questo mondo ha inizio nel mondo antico e lui ama l’Italia perché siamo i latini di oggi. E in Italia trova un agio nel verso che lo rende vicino, attraente. A differenza dello sguardo di Goethe, per intenderci, che nel Viaggio in Italia ci vede come un popolo primitivo e rozzo che abita le grandiose rovine del mondo antico, Philip Morre e molti inglesi ci vedono come la stessa gente, che abita gli stessi luoghi. Dall’infinito battibecco politico che è antico almeno quanto i Dodici Cesari di Svetonio fino all’affiorare continuo di umanità e civiltà della nostra vita quotidiana. 

Che per Morre è l’Italia stessa, dal mondo antico a oggi:

 

Amatissimo

 

Una notte stellata, diciamo, in ottobre:
Antinoo vien buttato o si butta nel Nilo.
Non resta molto da dire se non che annegò:
il giornalismo investigativo, quell’anno,
era agli albori, e il corpo non fu trovato.

Si continuò a sussurrare di sacrificio:
ciò che ami di più ... e il fragile imperatore,
se così fu, ottenne un’amnistia di otto anni
– e in più numerose statue, una partita
di venti, si dice, alla sua dacia.
Smaniava di vedere il suo boy in ogni nicchia 

redivivus? O era merce da rifilare bensì

agli amici che si congedavano: prendine una
per il tuo patio! – e quante carriere costruite così? 

 

Dell’Italia polemica ed eternamente sballottata da sondaggi d’opinione e carriere politiche offre un laconico spezzone

 

La nostra casa è di fronte al Municipio 

e oggi c’è una manifestazione
un’altra borbotterai,

lasciando la finestra

per mettere su il caffè.

 

‘Giustizia’ gridano,
e pensano di volerla,
ma quello che cercano
è un facile colpevole:
un amministratore con mani sudate 

e una casa troppo grande. . .

 

Al tono sardonico di questi ritratti fa da contrappunto un risvolto intimo, malinconico, dove si mescolano sapientemente le due anime, quella italiana e quella inglese appunto.

 

Guardarla

 

Il riflesso del suo riflesso
sta immergendo un fazzoletto
in qualcosa che non è in vista
e lo applica a un angolo della bocca. 

Ma cosa sta facendo?
Sta ritoccando un eccesso di rossetto? 

Tampona una piccola ferita? 

Guardarla è sempre questo
guardare attraverso due specchi
e voglia di saperne di più. 

 

…Watching her is always like this

watching through two mirrors

and wanting to know more

 

Certamente sono le poesie d’amore, tante, diverse tra loro e commoventi a caratterizzare le due raccolte. Dedicate a personaggi che spesso scompaiono dallo sguardo, quasi che più che il loro ritratto contasse la scia che lasciano in chi le ha perdute, e le sente mancare. E anche se so bene che alla poesia si rende quel che le è dovuto solo leggendola, amandola e imparando così a portarla con noi, e che Philip Morre non è un poeta politico, spero che le opinioni che ho su questi anni inglesi e che ho raccontato in diversi articoli per Doppiozero, invitino a leggerlo, a scoprire quanto in questi versi, più che in tanti ritratti didascalici di questi mondi, gli aspetti unici del pensare che sono i versi di una poesia non sfuggano ai lettori e che cercheranno i suoi due libri.

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