George Steiner. Perché la bellezza non ha salvato il mondo?

George Steiner si considerava – non del tutto a torto – l'ultimo intellettuale. A caratterizzarlo, in apparenza, era prima di tutto l'amore per il libro e per la cultura “alta” nelle sue varie forme, nella certezza che la grande letteratura, la grande arte, la grande musica, la grande filosofia avessero da dirci qualcosa su di noi, su ciascuno di noi e sulla nostra civiltà. A sostenere il suo sguardo critico era una enorme erudizione, la conoscenza delle lingue: era nato a Parigi, figlio di un banchiere, aveva studiato negli Stati Uniti, dove era fuggito, perché ebreo, e in Inghilterra. Oltre che in inglese e in francese, si vantava di poter tenere conferenze (e di fare l'amore, come ha raccontato con autoironia in I libri che non ho scritto, 2008) anche in tedesco (compresa la variante Schweizerdeutsch, almeno per quanto riguarda l'amore) e persino in un forbito italiano, dove riaffioravano reminiscenze colte: per lui l'“anima” era l'“alma” e il “postino” diventava “postiere”.


Leggeva i testi in profondità, con un senso di sfida e quel piacere fisico, quasi sensuale, che trasmetteva ai suoi allievi quando si lanciava in quell'avventura che è il confronto ravvicinato con la “vera presenza” di un'autentica opera d'arte, con i suoi abissi e le sue vertigini. Amava l'aneddoto, e il pettegolezzo, quando potevano illuminare o incrinare la statura di un genio, in una conversazione sempre ironica e brillantissima.

A focalizzare il suo sguardo erano l'irritazione fisica e il disprezzo per il “rumore” contemporaneo, con sfuriate anche pubbliche e assai teatrali, che diventavano subito leggenda. Non sopportava quello che giudicava futile e irrilevante: il fracasso del rock, l'autismo delle cuffiette del walkman e l'ingannevole democrazia di internet (ancora agli albori, ma già condannata), e la superproduzione alessandrina dell'accademia contemporanea.

 

Quand’era giovane laureato, le grandi università britanniche avevano rigettato la sua tesi di dottorato, che sarebbe diventata un libro epocale, Morte della tragedia (1961, ed. it. 1965). A quel punto Steiner se ne andò a lavorare per quattro anni all'“Economist”, per poi tornare a insegnare, diventando la star del Churchill College di Cambridge, “questo piccolo villaggio dove vivono 63 Premi Nobel”. Tenne per vent'anni, fino alla pensione, la cattedra di Letterature comparate all'Università di Ginevra: anche in questo il cosmopolita Steiner è stato un pioniere.

 

La sua attenzione non era rivolta solo al passato: ad animarlo era anche la curiosità per il nuovo, la ricerca delle opere che segnano e rivelano il presente. Era un fan, per esempio, di Soldati di Salamina di Javier Cercas, ma anche dei romanzi di un autore sottovalutato in patria come Salvatore Satta.

L'erudizione e la cultura, la vocazione pedagogica, la curiosità e la provocazione intellettuale: se fosse stato solo per questo, Steiner sarebbe stato un brillante intellettuale, come tanti altri. Ma il suo intero percorso culturale e umano ruota intorno a un fulcro ossessivo, a una barriera insormontabile. Anche se ha vissuto gli anni della Seconda Guerra Mondiale a New York ed è sfuggito ai rastrellamenti nazisti, Steiner è un sopravvissuto (sapeva bene i rischi che correva, anche per la menomazione al braccio, assai evidente, di cui però non parlava quasi mai).

 

Nell'Inghilterra degli anni Sessanta, dove di Olocausto non si discuteva, questa sua insistenza nel riportare la Shoah al centro del dibattito pubblico veniva considerata una mania, una fastidiosa ossessione. Per tutta la vita, George Steiner ha continuato a interrogarsi sulla sentenza di Adorno: dopo Auschwitz scrivere poesie è un atto di barbarie. Perché quello che amo e che dà senso alla mia vita – l'arte e la cultura – non ha più senso? Perché la bellezza non ha salvato il mondo? Gli ufficiali delle SS che gestivano lo sterminio amavano Goethe e Mozart. È un interrogativo che ispira in maniera esplicita alcuni dei suoi testi: Nel castello di Barbablù (1975) e nel suo unico romanzo, Il processo di San Cristobal (1981), dove si immagina che Hitler ricompaia dopo trent'anni nella giungla amazzonica.

George Steiner è stato un grande intellettuale perché ha continuato a interrogarsi sulle questioni fondamentali dell'esistenza umana, con una profondità insieme feroce e ironica, a partire da quel paradosso ineludibile.

 

Basta guardare ai titoli di alcuni dei suoi libri.

Qual è il senso dell'arte? (Tolstoj o Dostoevskij, 1959, ed. it. 1965, 1995)

Che cosa resta del linguaggio – della nostra capacità di dare senso a quello che diciamo e sentiamo o leggiamo – se neghiamo la trascendenza? (Linguaggio e silenzio, 1967, ed. it. 1972, 1994).

Che cosa vuol dire tradurre? E perché Paul Celan scriveva nella lingua dei carnefici del suo stesso popolo? (Dopo Babele, 1975, ed. it. 1984, 1995)

Che cosa hanno significato termini come “giustizia” e “rivolta” nella società occidentale? (Le Antigoni, 1984, ed. it. 1990)

Come dobbiamo accostarci a un testo? (Vere presenze, 1989, ed. it. 1992)

Perché la grandiosa utopia del comunismo ha fallito? (l'ironica, tragica risposta è nel racconto Il correttore, dedicato al filologo Sebastiano Timpanaro, 1992)

Che cosa è la creatività? Perché il talento non è democratico? (Grammatiche della creazione, 2003)

Cosa e come possiamo insegnare? (La lezione dei maestri, 2003, ed. it. 2004)
Cosa significa essere europei? (una delle sue riposte è “I bar”: la dà in Una certa idea di Europa, 2005, ed. it. 2006)

 

Prima ancora delle risposte, erano importanti e giuste le domande. Poi era impressionante il formidabile arsenale culturale con cui le esplorava e discuteva, e scintillava come un fuoco d'artificio la forza dei paradossi che portava ogni volta alla luce e che a loro volta generavano altre domande, come nelle dispute talmudiche. Affascinava la chiarezza di un'esposizione che, senza mai semplificare, evitava le note a piè di pagina dietro le quali si mascherano gli accademici (e che a volte lo accusavano di imprecisioni nelle citazioni che ripescava da una memoria prodigiosa e quasi infallibile).

In questo interrogarsi sulle grandi questioni, a partire dalla più profonda ferita della storia, George Steiner è stato un intellettuale novecentesco nel senso più pieno del termine. Forse è stato l'ultimo sopravvissuto dell'umanesimo che ha accompagnato cinque secoli di storia dell'Occidente. Una formidabile tradizione che stavamo perdendo, e che forse abbiamo irrimediabilmente abbandonato. Perché dietro a tutte queste domande ce n'era un'altra, terribile e piena di speranza: come possiamo essere umani di fronte all'orrore di cui siamo artefici?

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