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Scienze

(467 risultati)

Di animalità sono piene le nostre bocche / Divenire invertebrato

Non tutto ciò che accade chiede di essere interpretato, compreso. Talvolta, soprattutto quando l'evento si manifesta in un tempo cairologico, indeterminato e qualitativo, un tempo "nel mezzo" in cui accade qualcosa di speciale, ci domanda piuttosto di spostarci, di cambiare posizione, di modificare l'assetto. Naturalmente da questa delocalizzazione scaturiranno nuove interpretazioni, nuovi significati, ma prima di tutto si tratta di traslocare, di rivoluzionare il setting della nostra vita. È noto, traslocare è un'operazione altamente riconfigurante, in nulla simile a una contingente variazione di dettagli decorativi. Traslocare significa affacciarsi su paesaggi diversi, vedere mondi inconsueti, persino modificare la propriocezione del corpo nello spazio o guardare con occhi diversi la persona che vive con noi.   Da otto mesi, circa, percepiamo la durata di un evento, come quello della pandemia in corso, che ci intima di cambiare assetto. Non rispondere a questo insistente invito, significa sbattere come falene al muro di una doppia interpretazione. C'è da un lato chi sostiene che nulla sia nuovo, che di virus ed epidemie la storia dell'umanità è piena, che il virus è parte...

Uncanny Valley

La Valle del Perturbante, in inglese “the Uncanny Valley”, è una curiosa distorsione cognitiva ipotizzata dallo scienziato giapponese Masahiro Mori nel 1970, quando in Giappone si lavorava a film e cartoni animati con effetti speciali sempre più realistici. Man mano che queste creature assumevano forme sempre più simili agli esseri umani, il gradimento dello spettatore cresceva. Ma a un certo punto quelle creature diventavano sempre più inquietanti e repellenti e mettevano ansia, finché la tendenza si invertiva. Per definire questo effetto, Mori ha utilizzato uno dei termini chiave del lessico psicanalitico: per Freud i l perturbante (Das Unhemlich) è “quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare” (Il perturbante, 1919). È qualcosa che ci inquieta e atterrisce, perché lo conoscevano già. Ma non sappiamo riconoscerlo. La controversa ipotesi della Valle del Perturbante ha affascinato i maghi giapponesi della robotica come Hirata Ishiguro, lo scienziato che tiene conferenze in tutto il pianeta grazie a un suo doppio che egli stesso anima da remoto, a migliaia di chilometri di distanza. Più di recente i Rimini Protokoll, in uno...

Underland / Dentro le grotte inesauribili del tempo

Non staremo qui a cercare tutti i testi che Robert Macfarlane avrebbe potuto citare (e invece non l’ha fatto) in questo periplo immaginifico intitolato Underland. Un viaggio nel tempo profondo (traduzione di Duccio Sacchi, Einaudi, ottobre 2020). Non lo faremo perché il filologismo caricaturale che cerca il pelo nell’uovo non può capire che il destino dei buoni scrittori è essere sé stessi anche (e proprio) nelle lacune. Se questo libro, nelle intenzioni dell’autore, avesse voluto essere un centone di citazioni di geo-estetica sotterranea, o una carrellata di diapositive proiettate sul muro della cantina del proprio io, allora non avremmo avuto Underland che, in bilico tra Atlas Obscura del mondo ctonio e Wunderkammer narrativa, offre al lettore un dispositivo di cattura dell’immaginario, un metodo, non una delle epitomi che tanto piacciono a ogni fine impero. E questo metodo, tra i più difficili da gestire e comunicare in modalità metacognitiva, consiste nel cercare connessioni tra ordini di fenomeni disparati. «Quale struttura connette il granchio con l’aragosta, l’orchidea con la primula e tutti e quattro con me? E me con voi? E tutti e sei con l’ameba da una parte e con lo...

Più miracoli in uno / L'ontano. L’albero degli zoccoli

Ho capito che era il compagno della vita quando liberò il giovane ontano nero dalla morsa d’edere e rovi. Giù, nella ripa incolta del fiume, il fusto e i primi rami già erano inghiottiti dai competitori, solo l’aerea cima ne rivelava la presenza.  Mi è caro l’ontano, o alno che dir si voglia (Alnus glutinosa), per la sua slanciata silhouette che si staglia lungo fossi e lame d’acqua. E perché è l’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, un film testimonianza di una cultura e di un mondo contadino scomparsi, da cui vengo anch’io. Mia madre indulgeva spesso nel ricordare nel nostro poco affabile dialetto quanto a lungo, da ragazzina, rompesse l’anima a suo padre prima di ottenere un paio nuovo di zoccoli (“supei”, con la sibilante aspirata).  Esposto all’aria il suo legno aranciato deperisce in fretta, ma in acqua si fa duro e roggio: pressoché immarcescibile. A Venezia ne sanno qualcosa.      Oltre, appunto, a zoccoli e secchi, la sua fibra atossica è buona anche per costruire giocattoli e altri oggetti d’uso quotidiano. La corteccia –  dapprima liscia e solcata da bianche lenticelle, poi fessurata da placche rugose – fornisce tannino per la...

“Cerco un centro di gravità permanente” / Il virus, la negazione, Eros che resiste

“Cerco un centro di gravità permanente”, cantava Franco Battiato parecchi anni fa, con impagabile ironia, centrando una grande ambizione degli esseri umani: essere provvisti di un baricentro in grado di prevenire o azzerare le turbolenze che si incontrano nel cammino, le sfide ai vacillamenti e all’idea di essere, in fondo, padroni di se stessi.  In questi tempi di assedio da parte di un nemico invisibile dagli effetti visibilissimi (45 milioni di infetti nel mondo, più di un milione di morti) questa ambizione è messa a dura prova, generando reazioni paradossali come quelle dei così detti negazionisti, per i quali il virus non esiste o non è poi così pericoloso.   Oppure di quelli come Trump che cercano il colpevole (la Cina, in questo caso) della fuoriuscita accidentale e sottaciuta del virus SARS-Co V-2  dai laboratori. O di quelli che azzardano l’idea che il virus, artificialmente costruito, sia stato messo in giro appositamente per fare “pulizia” non si sa bene di che o di chi, verosimilmente di quelli considerati le zavorre della società, i diseredati e i non produttivi. Idea che la dice lunga su quelli che l’hanno coniata. I meccanismi della proiezione e della...

Immunità / Pandemia e modello asiatico: cosa è successo?

Sono sempre a rigirarmi tra le mani la domanda: perché quel pezzo di Asia ha reagito meglio alla pandemia? È l’eredità del confucianesimo che rende quei popoli più capaci di far fronte collettivamente alle disgrazie? È una loro superiorità tecnologica, e quindi i migliori sistemi di tracciamento? O una disponibilità all’obbedienza come noi manco ci sogniamo? O, nel caso della Cina, la dittatura tout court? Nella newsletter asiatica di Internazionale del 31 ottobre Junko Terao intervista Ilaria Maria Sala, giornalista italiana a Hong Kong da vent’anni con una lunga esperienza di Cina e Giappone. “Non credo serva scomodare Confucio,” dice Sala, “il vero elemento che accomuna questi paesi è l’esperienza delle precedenti pandemie. La Sars nel 2013 e la Mers nel 2015…”. Da qui consapevolezza, tracciamento, quarentene, mascherine e molto altro. Ma aggiunge una chicca: “Qui non solo le misure di prevenzione non si contestano (…), ma sono richieste dai cittadini, che non si fidano delle autorità politiche, temono che non facciano abbastanza.” Pensando a quanto negazionismo e riduzionismo abbiamo avuto in occidente, siamo agli antipodi: l’esperienza della Sars ha questo lascito. E quindi,...

Empatie ritrovate

Curioso fenomeno. È iniziato il lockdown anche se nessuno l’ha proclamato. O almeno così sembra. Senza rendercene troppo conto stiamo tornando alla tana, e le visite sono di nuovo rare e poco gradite. Signore delle pulizie e corrieri vengono accolti freddamente. Naturalmente potrebbe trattarsi di coazione a ripetere: i tre mesi di segregazione domestica della primavera scorsa hanno lasciato il segno. Ma che tipo di segno hanno lasciato? Sui davanzali di alcune finestre si notano ancora bandiere imbruttite dal tempo e qualche striscione ricavato da vecchie lenzuola con sopra scritto “andrà tutto bene”. Una rassicurazione per bambini, di nessuna utilità neppure per loro, come nei film americani in cui tutti ripetono “I love you” e “I love you too” che non significano niente, o appena un “ciao” buttato lì distrattamente. I segni psichici sono più difficili da decifrare. I malati psichiatrici più gravi hanno reagito in modi diversi: con sorprendente indifferenza o con più acute manifestazioni di disagio. Il vasto (vastissimo) mondo delle patologie diciamo così intermedie, per esempio depressi lievi e cronici, ansiosi, ipocondriaci, narcisisti (se ancora è possibile distinguerne i...

Dati, modelli e un nuovo paradigma culturale / Chi ha paura dei data scientist? Numeri e pandemia

Dopo un’inattesa love story (o una, ancor più inaspettata, trust story) tra Paese e istituzioni, durata appena il tempo d’una prima ondata, il prevedibile “ritorno” autunnale del coronavirus ha resuscitato i profondi dubbi dell’opinione pubblica italiana sulla capacità delle proprie istituzioni e classi dirigenti di gestire situazioni di crisi che richiedono soluzioni sistemiche. Tanto ammirevole è stata la gestione dell’emergenza in primavera – non era semplice, primi in Europa, decidere in favore di soluzioni tanto radicali e potenzialmente impopolari – quanto chiari sono adesso i limiti del governo nel pensare soluzioni che vadano oltre l’orizzonte temporale immediato. La natura dell’epidemia è infatti tale che tentare di limitare, oltre che la catastrofe sanitaria, quella economica, richiede la capacità di pensare a lungo termine e in potenza: per previsioni e per ipotesi.    Sono due, infatti, le caratteristiche fondamentali di questa (e non solo questa) pandemia.  La prima è la condizione di costante e radicale incertezza in cui il virus ci pone, dovuta alla complessità delle dinamiche di diffusione e alle scarse conoscenze finora accumulate. Quando e come un...

Anne Boyer, Non Morire / Dolore, vulnerabilità, mortalità, sfinimento, cura

“Poi la gente sparisce, gli amici si inabissano, gli amanti si danno alla latitanza, togliendoti ogni possibilità di adorarli di nuovo, i colleghi ti evitano, i rivali diventano indifferenti, i tuoi follower di Twitter non ti seguono più” (p. 71). Voglio cominciare a scrivere a proposito del libro Non morire di Anne Boyer, premiato con il premio Pulitzer 2020 per la non fiction, con queste specifiche parole. Non riesco, infatti, a togliermi dalla mente l’imbarazzo, la colpevolezza e, anche, la sporcizia esistenziale provate, in quanto individuo in buona salute, durante i tre anni che hanno condotto un mio caro amico dalla scoperta di un tumore estremamente aggressivo alla sua morte. Ricordo in maniera nitida le difficoltà comunicative e il senso di profonda inadeguatezza dovute al fatto che i miei problemi quotidiani erano veramente insignificanti e irrisori dinanzi a una lunga e dolorosa trafila di sedute di chemioterapia, diagnosi mediche, perdite di capelli, speranze disattese in pochi minuti e via dicendo. Dopo la sua morte ho pensato costantemente a quanto lo spazio pubblico, in cui cresciamo e da cui ricaviamo i principi che regolano il nostro vivere comune, identifichi in...

Americana e/o canadese / Parthenocissus, vite vergine

Hanno tagliato al piede le grandi tuje oltre il confine, e ho dovuto punire la mia esuberante Armanda (Clematis armandii) colpevole d’aver scalato la cima di quella prossima al cancello. Conto si riprenda dal drastico ridimensionamento e s’accontenti di correre lungo la rete divisoria. Ora, dalla finestra della cucina ammiro la grigia parete dell’acquedotto comunale. Non proprio un bel vedere.  C’è però chi può fare al caso mio. Se il Partenocisso (Parthenocissus quinquefolia), che m’invade il giardino, fosse così servizievole da allungarsi fin là, troverebbe lo spazio a lui proprio e rimedierebbe, in breve tempo, alla tristezza cementizia che mi affligge. Spero non mi serbi rancore: troppe volte l’ho strappato da alberi e arbusti del giardino. Ancor meglio sarebbe se mi concedesse questo favore il Parthenocissus tricuspidata che, più fitto e composto, allinea sui lunghi piccioli le foglie a testa in giù e ammanta il vetusto muro di cinta del vicino palazzo nobiliare: simpatiche le più giovani e piccole, cuoriformi dai bordi lobati, mandate in avanscoperta.        Una certa confusione onomastica ha regnato tra i botanici – può ancor oggi capitare di...

Dittatura e contagio / Pandemia: mistero asiatico

Mi chiedono: perché l’Asia orientale (e in buona parte quella del sudest) ha reagito meglio del resto del mondo alla pandemia? Non ne ho la più pallida idea, rispondo esagerando un po’. Ma è vero che da mesi divento matto a cercare risposte che non ci sono, o sono molto generiche, al limite del luogo comune. Mi sembra che la questione sia così misteriosa che nemmeno ci si prova, a sbrogliarla. La Corea del Sud è assurta a sinonimo di buona organizzazione: ricordo Come si batte il virus, una bella intervista di Giulia Pompili sul "Foglio" del 12 agosto 2020 al dirigente della sanità nazionale Song Young-Rae, che metteva in fila tutte le cosette che, in fondo, noi già sappiamo: tracciare, quindi molti test, seguire i cluster uno per uno (ricordo addirittura, lo scorso marzo, una sorta di albero genealogico a partire da vari pazienti zero, o uno). Meglio della Corea del Sud fece Taiwan: consulto il mio amato worldometers.info e mi segnala i soli sette morti su 24 milioni di abitanti, media che la porta al 189° posto nel mondo.   Di Taiwan non si è parlato molto, non è membro dell’Onu, la Cina chiede di obliterarne l’identità, l’Oms di conseguenza obliterò i suoi...

Virus / Seconda ondata: l’angoscia

La seconda ondata è quella dell’angoscia. Lo è proprio perché non ci coglie impreparati. Era, infatti, attesa. Per essa ci si era attrezzati, come i francesi avevano fatto dopo la prima guerra mondiale, erigendo ai loro confini una sofisticata linea difensiva (la cosiddetta linea Maginot). Quella linea, come è noto, fu poi aggirata con irrisoria facilità dall’esercito tedesco all’inizio del secondo conflitto. Il suo crollo è diventato paradigmatico, assumendo un senso supplementare, un senso, direi, “metafisico”, che è quello che più concerne la situazione emotiva che stiamo vivendo. Il fallimento della ciclopica impresa difensiva è divenuto segno della discrasia che sempre sussiste tra l’attesa angosciata di un evento e il suo insorgere reale. Per quanto metodica, sofisticata e lungimirante possa essere l’attesa, tra di essa e l’evento pare esservi la stessa incommensurabilità che sussiste tra la diagonale e il lato del quadrato. Nessun numero intero o frazione di numero intero è in grado di portare quel rapporto ad espressione. L’angoscia è allora la Stimmung, la “tonalità affettiva”, generata dalla scoperta che c’è qualcosa di massimamente reale che però eccede l’ambito del...

Death Education / Covid-19: il tabù della morte

Sabato 12 settembre, alle 9,30, un centinaio di persone si è dato appuntamento su una piattaforma online per dialogare insieme per quattro ore – con la tecnica dell’Open Space Technology – a partire dalla domanda “Di cosa abbiamo bisogno per commemorare i nostri cari morti durante l’epidemia di Covid-19?”. La tecnica dell’Open Space Technology, nata 35 anni fa da un’intuizione di Harrison Owen, prevede che i partecipanti possano lavorare come meglio credono, discutendo riguardo a temi proposti sul momento e secondo le modalità di lavoro ritenute più utili e produttive. Escluse quindi le lezioni frontali e il linguaggio accademico, cento persone di età e di estrazione sociale e culturale differente hanno condiviso liberamente le proprie esperienze e opinioni sul lutto al tempo del Covid-19, introducendo istanze di riflessione sotto la guida di un gruppo di facilitatori (tra cui il sottoscritto).   Pertanto, operatori sanitari, volontari, esponenti di associazioni e persone comuni in lutto durante la pandemia, provenienti da tutta Italia, hanno occupato in un primo momento uno spazio online comune per definire le caratteristiche dei lavori da svolgere, dividendosi in un secondo...

Snær Magnason, Il tempo e l’acqua / Requiem per un ghiacciaio

Ok non è ok   “Un buon amico ci ha lasciato. Ci tenevo molto”, dice sommesso il glaciologo islandese Oddur Sigurổsson. È il 18 agosto 2019 nel distretto di Borgarfjörổur, una novantina di chilometri da Reykjavik, a oltre mille metri d’altitudine. In un paesaggio di rocce vulcaniche e licheni è raccolto un centinaio di persone, tra colleghi glaciologi, politici come la Prima ministra Katrín Jakobsdóttir, giornalisti, scienziati e attivisti, alcuni giovanissimi. Sigurổsson brandisce un certificato di morte che attesta la causa del decesso: “riscaldamento eccessivo” ed “esseri umani”. In una giornata agostana sebbene il termometro segni zero gradi, i presenti compiangono la scomparsa di Okjökull o Ok per gli amici (pronunciare /aouk/), che vuol dire onere, peso, giogo. “OK er ekki OK”, cioè “Ok non è ok”. La sua è una morte prematura, avvenuta dopo soli trecento anni rispetto a un’aspettativa di vita di oltre mille anni. Questa cerimonia funebre compiange infatti la scomparsa di un ghiacciaio (jökull) di cui non resta altro che il vulcano, ucciso dal cambiamento climatico, ovvero da cause antropogeniche. La sua età è inscritta negli anelli  che lo circondano: “I ghiacciai...

OGR. La cura del mondo / Il tempo ultimo

La cura come pensiero   “Cura” è una parola che sta risuonando insistentemente nelle iniziative pubbliche, nei discorsi comuni, negli incontri degli ultimi mesi. Come se ci fosse una urgenza, una fretta, una necessità di comprendere, al di là della pandemia che ha colpito il mondo, quale sia la malattia più profonda che si è insinuata in tutte le fibre del pianeta, e che ha messo in evidenza non solo la fragilità della vita umana, ma la criticità di tutto il sistema di vita sulla terra, e i rischi, forse per la prima volta davvero “fatali”, che stiamo correndo. E, di conseguenza, come se fosse imprescindibile individuare e esercitare una cura. Ma, appunto, su molte, troppe ferite occorre apprestare le cure. È l’intero nostro mondo che appare malato. Di quali e quante malattie? Quali sono i sintomi, quali le diagnosi? Quali procedure, quali farmaci andranno usati per le tante patologie del pianeta? Per ottenere che cosa? Guarigione? E con quali aspettative? E se si trattasse di una malattia “terminale”? Non tutto si può sempre curare. L’esito può essere anche letale. Ma è possibile curare anche la morte? O questa è una domanda priva di senso? La risposta sembrerebbe ovvia. È...

Lettera dalla Val Seriana / I nuovi focolai

Adesso che la paura del contagio ha ripreso a circolare un po’ in tutte le regioni, ci chiediamo qua in Valle Seriana a cosa e a quanti possa servire l’esperienza della tragedia vissuta in primavera. Cosa abbiamo capito da tutti gli errori commessi, cosa possiamo e dobbiamo pretendere si faccia perché in futuro non ci tocchi assistere ancora a un simile disastro? A orientare la bussola nella giusta direzione può servire la lettura di Il focolaio – Da Bergamo al contagio nazionale di Francesca Nava, collaboratrice di The Post Internazionale e autrice in passato di inchieste importanti per RAI 3, La7, Sky TG24. Si tratta di un lavoro importante, uscito a settembre per Laterza, di cui non sai cosa apprezzare di più, se il rigore giornalistico o la generosità della cittadina bergamasca che chiama a raccolta le conoscenze di una vita e dà voce ai tormenti di famiglie e individui travolti dalla pandemia e dall’incompetenza di chi avrebbe dovuto almeno limitarne le conseguenze. Nava riconosce il contributo di quanti in quei mesi hanno cominciato a fare le domande giuste, in particolare di Gessica Costanzo, direttrice della testata online Valseriana News, che ha aiutato molti di noi...

Coleotteri / Ernst Jünger, Primo Levi e gli eredi del pianeta

Tutto comincia con un regalo del padre. Ernst e il fratello Friedrich Georg ricevono nell’ordine: una rete, vari aghi, una bottiglia per contenere la preda, una cesta rivestita di torba sul fondo e foderata di carta lucida all’interno. Così potranno agire con maggior perizia e abilità nei dintorni della loro casa di famiglia a Rehburg, in Germania, posta all’interno di un distretto forestale. Da questo momento sono diventati dei “cacciatori sottili” e andranno inseguendo insetti e altri animali per boschi e prati. Sono aspiranti entomologi. Secondo quanto scriverà decenni dopo Ernst diventato sessantenne, essere cacciati, poiché chi osserva è a sua volta osservato. Nella caccia, scrive, la domanda sul senso dell’inseguimento è sempre d’obbligo.      Ernst non è altro che Ernst Jünger. Sta raccontando la storia della sua passione per gli insetti in un libro, Cacce sottili, publicato in Germania nel 1980, magnificamente tradotto da Alessandra Iadicicco per Guanda nel 1997, oggi purtroppo introvabile. Jünger è il celeberrimo autore di Nelle tempeste d’acciaio (1920), uno dei testi fondamentali sulla Prima guerra mondiale, e della Mobilitazione totale (1930), una delle...

Le teorie politiche dell’ambiente / Zecca, brigante di strada

“Fra tutti gli animali sono proprio i parassiti quelli che dovremmo ammirare per l’originalità delle invenzioni scritte nella loro anatomia, nella loro fisiologia e nelle loro abitudini. Non li ammiriamo perché sono fastidiosi o nocivi, ma una volta superato questo preconcetto ci si apre un campo in cui, veramente, la realtà scavalca la fantasia”. Così scrive Primo Levi in Il salto della pulce. Si tratta di una riflessione che sino a qualche decennio fa era patrimonio solo di chi studiava, o praticava, discipline come la biologia, la chimica o l’etologia, perché l’antropocentrismo spingeva tutti gli altri a vedere l’uomo al vertice del sistema naturale, signore e padrone del Pianeta, eterno e incontrollato sfruttatore. Da quando con l’ecologia, nata come idea condivisa da milioni di persone solo nella seconda metà degli anni Sessanta del XX secolo, e con l’avvento della visione dell’Antropocene, divulgata dall’anno 2000 dal premio Nobel Paul Crutzen per la chimica atmosferica, si è cominciato a guardare in modo diverso il sistema-Terra e a considerare in modo differente il mondo degli insetti.   Levi possedeva di sicuro questo sguardo che lo ha portato, da appassionato di...

4 / Parassiti in guerra

Ben poche malattie vengono sconfitte per la semplice forza della scienza e l’efficacia della tecnica, ha mostrato Bruno Latour in I microbi. La vittoria su di esse non si spiega con l’evidenza della ragione, non si piega alla logica del progresso; occorre tener conto anche della folla di alleati che entrano ad ingrossare le truppe degli scienziati. Fra i primi ad accogliere il pasteurismo sono i medici militari. Giovani in piena salute muoiono anche in tempo di pace nelle caserme che non sono poi molto diverse dai laboratori, spazi circoscritti dove i parassiti si diffondono ma dove si possono controllare i protocolli sperimentali. In tempo di guerra poi, le epidemie sono da sempre le armi più potenti; lo sappiamo dalla peste che diciamo manzoniana attorno al 1630, prima ancora alle “orrende guerre d’Italia” a fine Quattrocento, dove fa la sua comparsa la sifilide, forse importata dalle Americhe in quello scambio, diseguale anche in termini batterici, fra colonizzatori e indigeni. Nel 1802, più di 50.000 soldati francesi, sbarcati a Santo Domingo, vengono sterminati dalla febbre gialla, senza combattere. Passano una decina d’anni e tocca all’armata di Napoleone venire sconfitta...

Antropocene / Il superorganismo stupido

Saul Bass, illustratore americano, inventore di geniali poster cinematografici e di inconfondibili titoli di testa per Preminger, Wilder, Hitchcock e Kubrik, diresse tra il 1973 e il 1974 il suo unico lungometraggio, all’origine di un mio indelebile trauma infantile e forse della predilezione per certi temi che avrei sviluppato quarant’anni dopo. Il film si intitola Phase IV, in italiano Fase quarta: distruzione Terra. Leggendo Il superorganismo di Bert Hölldobler e Edward Wilson (vedi su doppiozero l’articolo di Marco Belpoliti, Le origini profonde delle società umane) e avendo lottato durante il lockdown contro un’inquietante invasione di formiche, convinto poi che la vera apocalisse sarà guidata dagli insetti, per la prima volta da allora ho deciso di rivedere questa pellicola straordinaria. Al botteghino fu un fiasco, la critica la massacrò, solo molto dopo fu rivalutata da una nicchia di cinefili e oggi, ma forse esagero, va considerata una pietra miliare di quella che potremmo definire “archeologia dell’Antropocene”. Non perderò tempo a riassumere la trama o a farne l’analisi perché secondo me dovete proprio vederlo, mi limito a dire che la diegesi alterna il punto di vista...

Storie d’ambiente / La buccia dell’arancia blu

La preoccupazione per le sorti dell’ambiente nasce dalla consapevolezza che un territorio distrutto non è più sfruttabile. È una inquietudine tutta economica quella che sorge nelle colonie inglesi e francesi durante il Seicento, la massiccia opera di disboscamento necessaria all’introduzione della produzione agricola dei prodotti ambiti dagli europei come cotone, caffè, tè e chiodi di garofano, provoca una desolante erosione del suolo, cambiamenti nel clima, siccità che inizia a trasformare il paesaggio soprattutto nelle isole dei Caraibi e nella costa orientale africana. A questo contribuisce l’arrivo di specie aliene da un altro continente, soprattutto maiali, capre e topi che determinano a volte l’estinzione della fauna e della flora locali in misura talmente grande da mettere a repentaglio la stessa sopravvivenza dei coloni. E quando la vita dei coloni, che chi abita quelle terre chiama più propriamente invasori, è in pericolo, allora bisogna correre ai ripari e riparare, conservare, tutelare la proprietà privata, in quel caso, i territori, la natura.    Nel 1702 nelle Isole Sopravento, l’arcipelago più a Nord delle Antille, viene introdotta la prima legislazione per...

Il circo delle pulci

Uno dei più bei libri sui parassiti domestici l’ha scritto Karl von Frisch ed è stato pubblicato in Germania nel 1976 quando l’autore aveva già novant’anni, essendo nato nel 1886 a Vienna. S’intitola Dodici piccoli coinquilini; e con ogni probabilità fa il verso al famoso romanzo di Agatha Christie, Dieci piccoli indiani, uscito in volume nel 1939. Lo zoologo austriaco, vissuto gran parte della sua vita a Monaco, nel 1973 aveva vinto il Premio Nobel per le sue scoperte sul linguaggio delle api, e per questo è ricordato ancora oggi nei libri scolastici. Ma non è stato solo uno specialista di questo particolare insetto così amato per la produzione di miele e di cera. Nel 1923, quando aveva trentasette anni, von Frisch si era applicato allo studio dei pesci e aveva dimostrato che possiedono l’udito ed emettono anche suoni. Aveva addestrato in un acquario un pesce gatto cieco a uscire dal suo rifugio e a correre in superficie appena sentiva un preciso fischio. Il saggio fu pubblicato su una rivista scientifica con un titolo ben poco accademico: Di un pesce gatto che accorre quando si fischia.     Il libro sui “coinquilini” è stato tradotto in italiano nel 1981 da...

Opinioni / Covid: ognuno dice la sua

Studi statistici hanno messo in evidenza l’impatto reale della letalità pandemica – di gran lunga maggiore di quella dichiarata –, e studi di caso han mostrato conseguenze del tutto inattese, a volte dovute agli stessi trattamenti sperimentali. Le scienze mediche hanno dovuto ammettere con grande umiltà la loro ignoranza, procedere per ipotesi. Questa è la realtà, e fa onore a tutti coloro che, in campo sanitario, lo hanno riconosciuto dando vita a osservazioni empiriche, non generalizzabili, ma che hanno acquistato una certa robustezza, come quella di sconosciuti cardiologi che hanno osservato reazioni immunitarie differenti, che si aggiungerebbero a quelle più classiche della polmonite.    Tutto questo ci ha messo di fronte alla fallibilità umana e all’incertezza della ricerca scientifica, ci ha ridimensionati come “abitanti della terra”, non “padroni” di essa. Nel covid come negli altri virus, c’è qualcosa di non interamente controllabile. Questo lo constatava, ben prima dell’insorgenza del covid, David Quammen in Spillover nel 2012. Quammen scriveva qualcosa che oggi sembra dimenticato, o passato in second’ordine. Parlava dell’addensarsi delle pandemie, sempre più...

Trevor Cox / La voce: da Neanderthal ad Alexa

Tradurre un titolo non è mai un’operazione banale. Trevor Cox, studioso di acustica, ha pubblicato nel 2019 Now You’re Talking: Human Conversation from the Neanderthals to Artificial Intelligence, un agile e accattivante studio sulla storia dell’oralità. Una versione letterale del titolo avrebbe potuto essere qualcosa come «Questo sì che è parlare», «Questo si chiama parlare». Nel presentare il libro ai lettori italiani la casa editrice Dedalo ha optato per una dicitura diversa, e peraltro non impropria: A ciascuno la sua voce. Come parliamo e ascoltiamo dai Neanderthal all’intelligenza artificiale (pp. 288, € 17). Come si vede, la rinuncia a rendere l’espressione idiomatica e la scelta di puntare sul tema fondamentale della voce si ripercuote sul sottotitolo, chiamato a mettere in evidenza i due poli della comunicazione verbale, parola e ascolto. Ripresa invece dall’originale – e graficamente migliorata –  è l’immagine di un ara dai colori sgargianti, che certo attira più di qualunque automa parlante.    Secondo Trevor Cox, la storia orale dell’umanità si può dividere in tre epoche. La prima è quella che precede l’avvento del linguaggio articolato, e riguarda i...

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