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San Lorenzo / La spedizione degli Argonauti

“Su tutti gli abissi del mare, soltanto una nave si vede”, così scrive Valerio Flacco descrivendo una delle profetiche sculture che decorano la porta del tempio di Febo nella Colchide, dove sono da poco approdati proprio con quella nave gli Argonauti, il fior fiore degli eroi della Grecia pre-iliadica guidati da Giasone, per sottrarre il prodigioso Vello d’oro al suo attuale possessore, il re Eeta, figlio del Sole, che secondo loro non avrebbe diritto di detenerlo. La nave è Argo, la prima nave secondo certe versioni del mito, la migliore e più veloce secondo altre, ma pur sempre la prima ad avere un suo nome e a sfidare il mare aperto, rotte ignote. Nei tempi antichi le navi erano considerate esseri viventi, con gli occhi dipinti a prua per permettergli di orientarsi sul mare sconfinato. Alcuni dicono che Argo avesse invece una polena a forma di ariete, forse lo stesso del vello d’oro, anche se una cosa non escluse l’altra: nelle strategie apotropaiche abbondare non guasta. Infatti Poseidone, notoriamente possessivo e permaloso, considerava ogni navigazione come un’offesa personale: tanto più nei confronti di Argo che per prima aveva osato violare il suo regno.   Per questo...

Il mondo dell'infanzia / A scuola da Walter Benjamin

È nota la sensibilità di Benjamin per il mondo dell’infanzia e per la Kinderliteratur, aspetti ai quali peraltro non sempre si è dedicata opportuna attenzione. In un momento come l’attuale, sotto l’impatto delle restrizioni imposte dal coronavirus, è parsa venir meno per i bambini e i ragazzi post lockdown la gioia di divertirsi con mezzi di fortuna, in un giardino, in un cortile, su un marciapiede, in un’aula scolastica, e il gusto di stare insieme. Essi sono stati costretti a limitare a ritmi e abitudini quotidiane (o addirittura a rinunciarvi) e a veder modificati i rapporti scolastici che ne scandivano l’esistenza e che erano parte essenziale della loro identità. Perché non chiedersi allora se Benjamin non abbia ‘qualcosa da dire’ anche sul piano formativo e pedagogico, offrendo preziose indicazioni persino a qualche incuriosito maestro di scuola?  Theodor Adorno ha osservato nel suo Profilo di Walter Benjamin (1972): «Ciò che Benjamin diceva e scriveva sembrava far sue le promesse dei libri di favole per l’infanzia, anziché respingerle con la maturità ignominiosa dell’adulto. (…) Chi entrava in consonanza con lui si sentiva come un bambino che scorgesse attraverso le...

Spot e pandemia / Tedeschi: siate pigri!

Circola in rete, con commenti d’ogni tipo nei social, una campagna tedesca di comunicazione tanto ben fatta quanto ambigua. Non foss’altro perché ironica, dunque interpretabile in più modi. Obiettivo della campagna è quello di esortare la popolazione a prestare ulteriore attenzione nei confronti dello stramaledetto virus, restando a casa il più possibile per evitare il diffondersi dei contagi. Facile a dirsi, ce lo ripetono in tanti da mesi! Molto meno evidente come renderlo efficace in termini pubblicitari. L’idea creativa non è male: ripensare a questo nostro 2020 funestato dal Covid-19 a partire da un imprecisato, ma lontanissimo, futuro; e affidarne il racconto a un testimone che ha vissuto quell’epoca (cioè quest’epoca) in modo consapevole, coscienzioso, addirittura eroico. Tre gli spot, tre i testimoni, diversi fra loro ma tutti molto avanti negli anni mentre, intervistati in una specie di documentario storico, inanellano i loro ricordi. Al di là della finzione documentaria, l’idea è interessante perché prova a farci auto-osservare criticamente dal di fuori: un’esteriorità temporale che, rassicurandoci sull’esistenza stessa dell’avvenire (e non è poco), ci restituisce meglio...

Speciale Fellini / Amarcord, isteria italiana

In un primo tempo doveva chiamarsi Viva l’Italia, poi Il Borgo. Insomma, il riferimento era la provincia, lo Strapaese del romagnolo Longanesi e di Malaparte, negli anni del fascismo, corrispondenti a infanzia e adolescenza del regista. Invece, racconta Fellini, “un giorno, al ristorante, mentre scribacchiavo disegnini sul tavolino, è venuta fuori la parola Amarcord; ecco, mi sono detto, adesso verrà immediatamente identificata nel mi ricordo in dialetto romagnolo, mentre ciò che bisognava accuratamente evitare era una lettura in chiave autobiografica del film”.    Amarcord quasi fosse il nome di un liquore (Amaro Cora). L’intento è tornare a quell’epoca con “distacco e nostalgia, giudizio e complicità, rifiuto e adesione, tenerezza ed ironia, fastidio e strazio”. Amarcord (1973) viene dopo Roma (1972), un tentativo di fare i conti con la città in cui si è trasferito nel 1939 insieme alla madre, che era originaria di lì, e ai fratelli. Da lontano, Rimini diviene un mito; e se nei Vitelloni la cittadina romagnola è ricreata sul lungomare di Ostia, Amarcord, col suo décor anni Trenta precisato fin dai titoli di testa disegnati da John Alcorn, è reinventata nel Teatro 5 di...

Nino Migliori / Ustica, Stragedia per immagini

Il 27 giugno 1980, l’aereo di linea DC9 Itavia, partito dall’aeroporto di Bologna con destinazione Palermo, precipitò nelle acque del Mar Tirreno, vicino l’isola di Ustica, con tutti i suoi 81 passeggeri. Io non ero ancora nata – sarebbe passato un altro anno e qualche settimana – ma chiare e ben distinte nella mia mente risuonano le figure dei corpi delle vittime che il mare, giorni dopo, ricominciò a restituire ai propri famigliari. “Il primo incontro di un individuo con l’inventario fotografico dell’orrore estremo è una sorta di rivelazione, il prototipo della rivelazione moderna: un’epifania negativa”, scrive Susan Sontag.  Quando un paio di anni fa andai per la prima volta a visitare il Museo della Memoria di Ustica, dove nel 2007 fu trasferita la carcassa del DC9 Itavia e resa installazione ad opera di Christian Boltanski, ne fui emozionata, scossa, empaticamente coinvolta. Una passerella attorno al relitto dell’aereo scandisce il tempo, il tempo di riflettere e di elaborare anche quello che pensavi di aver già elaborato, ogni passo è il pensiero intimo di ciascuna delle 81 vittime. Questa installazione fa entrare nelle loro vite, in quelli che potevano essere i loro...

László Krasznahorkai / Guerra e guerra, Storia e romanzo

Bompiani traduce finalmente Guerra e guerra di László Krasznahorkai (1999), proseguendo nella scelta di offrire ai lettori italiani i libri più importanti di questo autore (sono già usciti Satantango, 1985, una nuova edizione di Melancolia della resistenza, 1989, precedentemente portata in Italia da Zandonai, Il ritorno del Barone Wenckheim, 2016). La scelta dei volumi non è casuale: Guerra e guerra era il volume mancante di una ricerca romanzesca che, ha dichiarato l’autore, «un unico libro che [ha] affrontato e cercato di riscrivere per ben quattro volte». Guerra e guerra riprende i grandi temi dell’autore ungherese, come l’inquietudine da “fine della storia” che affligge i paesi post-sovietici (e i protagonisti di Satantango) o l’atmosfera in bilico tra sogno e realtà di Melancolia della resistenza, l’isolamento e la separazione dal consesso umano che caratterizzano i due protagonisti del Ritorno del Barone Wenckheim. Come nelle altre opere citate, il tempo di Guerra e guerra è un tempo sospeso, incerto, che risulta ancora più aleatorio grazie al continuo andirivieni nel tempo storico. Se nel Barone il tono è dostoevskjiano, per l’afflato metafisico e spirituale dei due...

Gioie eccessive / Recalcati lettore di Fachinelli. L’oceano al di là dell’Edipo

Elvio Fachinelli ha avuto il grande merito di portare la psicoanalisi dentro il dibattito politico e culturale dell’Italia degli anni ’60 – ‘80, quando il vento del rinnovamento soffiava forte sulla società italiana. Psicoanalista eterodosso, ma non dissidente, sospettoso delle dinamiche autoritarie dei gruppi, anche quando questi erano fondati su buone cause, si era sottratto all’invito formulatogli da Jacques Lacan di rappresentarlo in Italia, preferendo mantenere una posizione da libero battitore. A trent’anni dalla prematura scomparsa, uno dei maggiori “eredi” italiani di Jacques Lacan, Massimo Recalcati, gli ha dedicato un piccolo densissimo volume, articolato in tre saggi e in una Appendice, dal titolo significativo e assai impegnativo: Critica della ragione psicoanalitica.   Di Fachinelli, il suo esegeta condivide non solo una matrice intellettuale lacaniana, che è certamente più sfumata nel caso di Fachinelli, ma anche quella che si potrebbe definire una comune vocazione all’“impegno”. Per entrambi, infatti, la psicoanalisi è una prassi interamente calata nell’attualità, che non teme di sporcarsi le mani con il conflitto. Certamente diversissimi sono gli sfondi nei...

Let my people go / Alda Espírito Santo, Alda Lara e Noémia de Sousa: poesia e decolonizzazione

Se canticchiamo mentalmente “Let my people go”, improvvisamente sembra suonare un pianoforte, accompagnato dalla voce graffiante di Paul Robeson. Per qualcuno di noi, ancora più familiare sarà l’evocazione della voce profonda di Louis Armstrong, che nel 1958 registrò una versione di Go down Moses cantando, anche lui: “Let my people go/ Oppressed so hard they could not stand”.    Quando scrisse la poesia Deixa passar o meu povo, nei sobborghi di una Lourenço Marques (oggi Maputo) ancora sotto dominio coloniale portoghese, la mozambicana Noémia de Sousa non poteva prevedere che il gigante del jazz avrebbe interpretato, quasi dieci anni più tardi, quel vecchio spiritual a New York, con arrangiamento di Melvin James Oliver. Noémia veniva da un posto in cui il tempo disponibile per la romanticizzazione dell’esperienza nera, africana, era poco. Le sfaccettature del secondo dopoguerra, lì, erano altre: così come l’Angola, Capo Verde, la Guinea Bissau e São Tomé e Principe, il Mozambico faceva parte delle colonie portoghesi, poi definite, a partire dal 1951, “Territori Ultramarini”.    Gli anni ’50 corrisposero con l’intensificazione del popolamento di massa di questi...

Quaderno 4 / L’insonnia infermiera

Le notti registrano tutto quello che ho perduto, lasciato a Milano o spazzato via dal virus, e poi svolgono il nastro impresso nei sogni. Ho perduto due gruppi di meditazione, trentaquattro persone. Da tanti anni incontravamo la meditazione insieme, con avvicendarsi di persone diverse ma con la stessa passione. Due sere alla settimana per sentire il diritto di cittadinanza del silenzio e della lentezza, del sentire del sottosuolo, dell’esitazione. Ho perduto la scuola, centinaia di bambine e bambini a cui portare semi di poesia e spuntavano parole indelebili dai più muti, dai non visti. Come J. che per una poesia sugli alberi, ha scritto solo, con scrittura tremolante: Lattuga.   E ho lasciato la mia casa piena di libri, la mia coinquilina amica, che sapeva di me e io di lei, i libri che ti vengono in mente in un preciso momento e non puoi aspettare, le finestre e tutta la piccola cattiveria umana che mi ha circondato nelle strade e nei negozi. E le vie, le piazze, le fontanelle vedovelle nascoste nei parchi, i passi sotto la luna con paura di donna e avventura di bambina. Le tante vite che ho vissuto, i morti, la famiglia che è scivolata via. La persona che sapeva ascoltarmi...

Pandemia e comunicazione / Il virus siamo noi

Giuseppe Mazza ha lavorato come copywriter nelle agenzie pubblicitarie Saatchi & Saatchi e Lowe Pirella e in seguito ha fondato a Milano l’agenzia Tita, dove attualmente opera come direttore creativo, ma è un comunicatore che ama agire in ambiti differenti e fare ricorso a molteplici linguaggi. Ha collaborato con numerosi giornali, ha creato riviste e libri, ha insegnato in diverse realtà educative e conduce da tempo, insieme al giornalista Claudio Jampaglia, un programma su Radio Popolare. Da questo programma adesso è nato un libro che spicca tra i tanti relativi al coronavirus perché tenta di affrontare la difficoltosa impresa di mettere insieme gli eventi relativi alla pandemia di Covid-19 con il mondo della comunicazione. Tale impresa è difficoltosa perché il primo è sicuramente uno dei più drammatici eventi sociali che l’Occidente ha dovuto affrontare nel corso della sua storia, mentre il secondo è spesso accusato di superficialità e leggerezza. Siamo dunque di fronte a due fenomeni che sembrano collocarsi agli antipodi. Mazza però è da tempo convinto che questi fenomeni possano facilmente convivere. Pensa cioè che la comunicazione non sia un gioco piacevole, né un...

Massimo Rizzante / Quattro sentieri per immaginare

«La poesia nasce dalla poesia della vita,  ovvero da ogni singolo nodo di gordio storico ed esistenziale. Chi la studia, di solito, è seppellito dalla logica»  (Massimo Rizzante, Una solitudine senza solitudine, Effigie, Milano 2020)   Scrivendo di questo libro che raccoglie trent’anni di scrittura in versi di Massimo Rizzante (Lettere d’amore e altre rovine 1989-1998, Nessuno 1999-2006, Scuola di calore 2007-2012, Benvenute, vertigini!, 2013-2019), assumo come viatico, se non addirittura come talismano, i versi che ho posto in exergo perché l’opera esige e merita un’attenzione che invece di notomizzarla con sicumera accademica, si lasci al contrario pervadere e conquistare seguendo, a mio avviso, almeno quattro sentieri: quello dell’immaginazione, quello dell’«ossessione di avere continuamente innanzi a sé l’ignoto», quello della fragilità e, infine, quello di un’attitudine nomade dell’esistere e del pensare.  Immaginare è, per Massimo Rizzante, il liquido amniotico in cui nascono il pensiero e la sua eticità, perché immaginare per lui non è affatto un andare alla deriva o un navigare a vista tra i continenti del sogno e dell’invenzione, ma la capacità, che è...

Diario americano / Trump nella matrix mediatica

Un recente editoriale del “New York Times” si apriva con questa constatazione: “Non si capisce se Trump stia preparando un colpo di stato o se stia facendo i capricci”. È una frase che riassume bene lo sconcerto del dopo-elezioni. Ma, intendiamoci, è sconcerto solo per alcuni. Era ovvio che Trump non avrebbe mai ammesso una sconfitta, e che avrebbe attivamente cercato di distorcere il risultato delle elezioni approfittando della vaghezza legislativa che orbita intorno alla ferraglia del Collegio Elettorale. Chi ha letto il mio articolo del 4 novembre però sa che avevo posto una condizione: sarebbe stato molto difficile ribaltare il risultato se Biden avesse vinto con cinque milioni di voti, se presi negli stati giusti: Pennsylvania, Ohio, Michigan, Wisconsin, Florida e Arizona. Biden li ha vinti. Non in Ohio e Florida, ma ha vinto in Nevada e soprattutto in Georgia, cosa che sembra impossibile a chi non conosca la struttura capillare che i democratici sono riusciti a creare in quello stato per registrare 800.000 nuovi votanti, soprattutto afro-americani. È una struttura che dovrà servir loro ancora, perché il 5 gennaio in Georgia ci saranno i ballottaggi dei due senatori, e ai...

Terza parte / Un'altra storia? Conversazione con Igiaba Scego e Carlo Greppi

Continua la conversazione con Carlo Greppi e Igiaba Sciego sul tema del colonialismo, (qui la prima parte e qui la seconda parte) nel senso più ampio del termine, e dei presupposti inesplicitati di una immagine del mondo e della storia eurocentrica, bianca e maschile che si riflette nella cultura contemporanea.   EM. Contro l'immagine del continente dell'oralità e del racconto infinito, Africa antica di Fauvelle dedica ampio spazio alle storie della scrittura sul continente: sono diversi i regimi di storicità e le diverse strategie di memoria culturale – stili documentari e narrativi – adottate nel tempo e nelle varie società, da quelle più “immobilistiche” e mitologiche volte a garantire l'effetto di una permanenza eterna nel mondo dei cacciatori raccoglitori, a quelle epiche legate all'Islam e all'eroismo civilizzatore, a quelle che come l'Etiopia cristiana rielaborano su base scritta la tradizione precedente: il lettore rimarrà sorpreso dall'elencazione dei vari sistemi di scrittura, della loro varietà e diffusione, e anche sovrapposizione e compresenza (ad esempio dall'Egitto al Corno d'Africa o nelle città-stato di Kenya e Tanzania). Riprendendo le teorie di...

Empatie ritrovate

Curioso fenomeno. È iniziato il lockdown anche se nessuno l’ha proclamato. O almeno così sembra. Senza rendercene troppo conto stiamo tornando alla tana, e le visite sono di nuovo rare e poco gradite. Signore delle pulizie e corrieri vengono accolti freddamente. Naturalmente potrebbe trattarsi di coazione a ripetere: i tre mesi di segregazione domestica della primavera scorsa hanno lasciato il segno. Ma che tipo di segno hanno lasciato? Sui davanzali di alcune finestre si notano ancora bandiere imbruttite dal tempo e qualche striscione ricavato da vecchie lenzuola con sopra scritto “andrà tutto bene”. Una rassicurazione per bambini, di nessuna utilità neppure per loro, come nei film americani in cui tutti ripetono “I love you” e “I love you too” che non significano niente, o appena un “ciao” buttato lì distrattamente. I segni psichici sono più difficili da decifrare. I malati psichiatrici più gravi hanno reagito in modi diversi: con sorprendente indifferenza o con più acute manifestazioni di disagio. Il vasto (vastissimo) mondo delle patologie diciamo così intermedie, per esempio depressi lievi e cronici, ansiosi, ipocondriaci, narcisisti (se ancora è possibile distinguerne i...

Francesco Rosi, 15 novembre 1922 / Salvatore Giuliano: una parabola storica

1960: esattamente sessant’anni fa, un giovane Francesco Rosi, che ha esordito nel 1958 con il lungometraggio La sfida, per poi dirigere Alberto Sordi in I magliari nel ‘59, decide di realizzare un film sul famigerato bandito Salvatore Giuliano, la cui vicenda è legata alle sorti della Sicilia del secondo dopoguerra, al movimento separatista e alla strage di Portella della Ginestra, avvenuta il 1° maggio 1947, dove Giuliano e i suoi uomini aprirono il fuoco su dei contadini che festeggiavano la recente vittoria elettorale del Blocco del Popolo, l’occupazione delle terre e la riforma agraria.  Tre anni dopo, il 5 luglio 1950, il corpo senza vita del bandito viene ritrovato nel cortile di casa De Maria a Castelvetrano. La versione ufficiale vuole che Giuliano sia caduto in un conflitto a fuoco con le forze dell’ordine. A distanza di settant’anni sappiamo che la verità storica è un’altra: “Turiddu” (è il soprannome locale di Salvatore) e la sua morte sono al centro di un intrigo che vede coinvolti la mafia e lo Stato; egli non fu ucciso dai carabinieri nel cortile, ma portato lì cadavere dopo essere stato eliminato per ordine di Cosa Nostra.    Francesco Rosi (al...

Pianoforte e orchestra / Beethoven sfida il “mercato”

Oltre le narrazioni fantasiose, manca la prova che nell’aprile del 1787 a Vienna l’allora trentunenne Mozart abbia incontrato e magari ascoltato suonare un promettente ragazzotto tedesco appena sedicenne, di nome Beethoven. Questo fa sì che il più significativo collegamento “pratico” fra i due sommi musicisti – un grado di separazione, adottando la nota teoria sociologica – sia costituito da una bottega di fabbricanti di pianoforti. Il titolare si chiamava Johann Andreas Stein e aveva sede ad Augusta quando Mozart, in viaggio per Parigi nell’autunno del 1777, conobbe i suoi fortepiano, restandone folgorato. In una celebre lettera al padre si coglie nitidamente la sua esaltazione di fronte alla scoperta: «Posso toccare i tasti come voglio, il suono sarà sempre uguale. Non strascica, non è troppo forte né troppo debole e non è mai assente; in una parola, va sempre bene». La grande novità era il meccanismo chiamato in gergo “scappamento”, che lo stesso Amadeus descriveva come meglio non si potrebbe: «Quando si toccano i tasti, i martelletti ricadono indietro subito dopo aver toccato le corde, sia che si tengano premuti, sia che li si rilasci».   Gli strumenti di Stein – da...

Marisa Bulgheroni / Stella nera. Frammenti di una vita comune

La vita ormai lunghissima di Marisa Bulgheroni ne contiene molte: cresciuta negli anni del fascismo in una città di provincia, adolescente durante la Resistenza, laureata con Antonio Banfi, redattrice e inviata della rivista ‘Comunità’ di Adriano Olivetti, poi il viaggio a New York dove incontra molti dei protagonisti della scena letteraria americana (Chiamatemi Ismaele. Racconto della mia America), l’insegnamento universitario a Catania negli anni della contestazione, Il pedinamento di Emily Dickinson (la curatela del Meridiano e la bellissima biografia Nei sobborghi di un segreto), la vena narrativa confermata negli ultimi decenni da racconti (Apprendista del sogno) e da un romanzo autobiografico di valore (Un saluto attraverso le stelle), sono una sintesi parziale di un percorso umano e intellettuale ricchissimo di incontri e di occasioni. L’ho conosciuta nella grande sala della casa milanese di Lia Sacerdote dove, attorno a Goffredo Fofi, si tenevano le riunioni di redazione di ‘Linea d’Ombra’. Sono passati venticinque anni, e già allora era la veterana del gruppo, ma è una definizione antitetica alla sua personalità: la sua risata argentina e l’inesauribile curiosità verso il...

Emozioni di un colore e storia di una pietra / Il turchese di Ellen Meloy

Il color turchese è una tonalità pastello che sta tra l’azzurro e il verde; viene anche chiamato color uovo di pettirosso blu, un uccello americano molto diverso dal nostro pettirosso, classificato come Turdus migratorius. È il colore scelto da Tiffany & Co. per le scatoline e i sacchetti dei preziosi gioielli, una tinta con il codice Pantone 1837 che però – ci spiega Riccardo Falcinelli – non compare nella mazzetta dei colori dell’azienda di grafica: 1837 è l’anno di fondazione di Tiffany e il colore 1837 è il suo marchio registrato, «racconta il suo prestigio per assenza; qualcosa di esclusivo, che di certo esiste, ma che non è possibile comprare o usare. Non da tutti, perlomeno» (Cromorama. Come il colore ha cambiato il nostro sguardo, Einaudi, Torino 2017, pp. 349-350). Per il momento ci possiamo accontentare di sbucciare un piccolo uovo sodo di quaglia per vedere un color turchese nostrano.   L’etimo di ‘turchese’ rimanda però alla turchese, alla pietra turchese, e non è un termine antico, risale al Medioevo: deriva dall’antico francese turqueise o turquoise (sottinteso pierre, pietra), ‘pietra turca’, originaria delle terre dei Turchi, portata in Europa attraverso...

Frosini/Timpano, Marco Cavalcoli / Ottantanove. Tra le macerie della postmodernità

Vuoto, assenza, funerale e anche distanziamento. Se aggiungessi il nome di una qualsiasi delle nostre città, potreste pensare a un nuovo articolo sul Covid-19. E invece no: sono le coordinate di senso e di spazio di Ottantanove, l’ultima produzione di Elvira Frosini e di Daniele Timpano, i Frosini/Timpano, affiancati per la prima volta in scena da Marco Cavalcoli dei Fanny & Alexander. Quella cifra non rappresenta il conteggio della cronaca, ma la parabola della Storia. Ossia, la Rivoluzione Francese del 1789 e, insieme, la caduta del Muro di Berlino del 1989. Gli artisti erano pronti a scandagliarne e a smascherarne le derive culturali, le distorsioni simboliche, le mitologie contemporanee, per mettere in crisi spietatamente e ironicamente le nostre vite “democratiche” e il nostro immaginario legato al concetto di rivoluzione. Era tutto pronto per portare in scena il passato e il presente, la storia francese e la storia italiana, la modernità e la postmodernità, con l’obiettivo di provare se e come una rivoluzione sia ancora possibile. Per di più il testo aveva già vinto nel 2019 la Menzione Speciale “Franco Quadri” nell’ambito del Premio Riccione. Non è bastato. Teatri...

Al di là dei confini delle nazioni / Per una filosofia delle migrazioni

  Un’immemorabile tradizione teorica sembra aver reso la politica ostaggio di una strana pratica di divisione, segmentazione e personificazione arbitraria del suolo, tale per cui si è finito per identificare come naturale e indiscutibile qualcosa che invece si dà (o almeno si dava) per accordo, storia, talvolta contesa. Tale teoria ha fatto così tanti danni che ancora oggi, non di rado, capita di ritrovarsi a far coincidere la propria appartenenza comunitaria al ristretto lembo di terra in cui si è nati, riconoscendo come consimili solo coloro i quali, sulla base di un’iscrizione alla nascita garantita da corredo genetico, appartengono allo stesso circoscritto suolo.  Con innumerevoli sforzi, i teorici di questa maniera di pensare il mondo si sono spesi in forbite elucidazioni per mostrare come il gesto inaugurale della politica sia anche la sua linea di orientamento: ovvero quel solco tracciato a terra che, grazie alla distinzione tra il proprio e l’esterno, riesce ad attribuire a ciascuno il proprio ancoraggio terrestre come primo e fondamentale premio per il più antico concorso cui la civiltà umana ha partecipato: quella corsa all’accaparramento sulla proprietà della...

Il ritorno del trauma / Ha senso parlare?

Non so bene cosa dire, non so che parole usare. Dice: E allora stai zitto! Ma no, nonostante tutto, ho voglia di parlare, di dire la mia, così in generale, su tutto, qualunque cosa va bene, purché io possa dire, parlare. Perché è di questo che adesso ho bisogno: di parlare, di esercitare il mio “diritto animale” di parlare, di esprimermi, esprimere il mio personale bisogno di estrinsecare, come posso, tutto quello che mi passa per la mente mentre sto davanti a questo immenso stordimento concettuale che via via, in questi giorni, si sta configurando nella sua massa enorme, smisurata. Tutti hanno bisogno di dire, di esprimere, di raccontare. Fiumi di parole, come diceva la nota canzoncina. Tutti sentono come l’urgenza di misurarsi con la loro propria verbalizzazione dell’evento che ci colpisce. Tutti devono provare a spiegare che cosa succede, che cosa succederà. Ognuno a modo suo, con gli strumenti più o meno sgangherati o sofisticati che possiede. Non è la ricchezza linguistica o intellettuale che decide per me: l’importante è che io lo faccia, che lo possa fare. Perché è un “naturale” modo di elaborare ed esorcizzare il terrore che ci invade: terrore di morire o di avere un...

Quando navighiamo le parole / Chandra Livia Candiani. Infanzia e poesia

Il mio angelo è un po’ teppistello fa gli scherzi brucia le ali degli altri angeli gioca alla Wii non sta mai fermo il mio angelo è molto rabbioso io e il mio angelo siamo uguali. Zoubayr, 9 anni   Le edizioni Dante e Descartes, in questo periodo sulla cresta dell’onda per Averno, della neonata Nobel Louise Glück, hanno recentemente pubblicato un mini scritto di Chandra Livia Candiani, L’angelo teppistello. Mini perché il libro fa parte della collana Storie in trentaduesimo. “All’insegna del piccolo formato per conto dei librai in fondo alla città” recita il colophon. Piccolo formato significa proprio piccolo: 4x5 cm, per un totale di 80 pagine. Che i librai stiano in fondo alla città (di Napoli) non è, credo, ininfluente, per una scrittrice che in un precedente libro sulla poesia e i bambini, Ma dove sono le parole (Effigie 2015), ha scritto che il luogo dove li incontra e a essi fa incontrare la poesia è “quella periferia dell'essere dove si sbaglia sempre, si è fuori luogo, si vacilla fortemente e si vive senza rete”.  L’angelo teppistello, si legge nel frontespizio, è apparso nel 2015 in “Rivista di psicologia analitica” (n. 40, vol. 92). Ottima l’idea di...

L’auto-orientalismo italiano / Dal cinema di mafia al Made in Italy

L’“altrove” non è solo un luogo fisico. È il termine di una relazione che concorre, per differenza, a definire il “qui”. Tuttavia, a differenza dei grandi paesi coloniali, l’altrove rispetto al quale si definisce l’immaginario nazionale italiano non è esterno ai propri confini, ma fissato in un tenace catalogo di stereotipi che oppone Nord e Sud. Questa è una delle idee da cui muove l’ultimo libro di Emiliano Morreale, La mafia immaginaria. Settant'anni di Cosa Nostra al cinema (1949-2019), uscito per Donzelli nell’agosto 2020: “La Sicilia e la mafia sono un luogo in cui dislocare contraddizioni, un dispositivo che opera (come il sogno secondo Freud) per condensazione e spostamento”. Non solo nello spazio, anche nel tempo. La mafia è quasi sempre, nel cinema, “mafia d’una volta”. La storia del mafia movie è anche e soprattutto la storia di uno sguardo pubblico, d’un atteggiamento culturale nostalgico.    Questo sguardo si forma essenzialmente nel e attraverso il cinema, benché propaghi i suoi effetti ben al di là della sfera cinematografica. Secondo Morreale infatti, a parte pochi ma significativi riferimenti letterari (Sciascia, Tomasi di Lampedusa) e politici (...

Guadalupe Nettel, La figlia unica

«La vita quotidiana è disseminata di casi e di accidenti che non nota quasi nessuno». Come reagiamo alle cose, qual è lo scarto minimo che sposta la nostra visione dall’accadimento alla sua conseguenza, quali sono le piccole azioni (delle quali quasi non ci accorgiamo) che sommate definiscono il nostro comportamento. Quanto e come siamo disposti a lasciarci travolgere dal caso, dall’evento traumatico, e quanto invece siamo in grado di indirizzarlo, di adeguarci al cambiamento, di cambiare di conseguenza. Quanto un fatto straordinario, ma naturale, come una nascita, una morte, un innamoramento è in grado di sconvolgerci e trasformarci, di rivelare cose di noi che non conoscevamo, o che facevamo finta di non conoscere. Quali e quanti sono i segnali esterni che possono farci capire che intorno a noi – perciò ai familiari, agli amici, ai conoscenti, a noi stessi – sta per capitare qualcosa di inaspettato. Ce lo svelerà una coppia di piccioni che farà il nido sul nostro balcone, ce lo può dire un bambino che urla e sbatte le cose dentro casa, una madre che non sa come reagire, un’altra che impara a farlo, un’altra che non vuole esserlo, un’altra ancora che si allontana dalla figlia per...