Categorie

Elenco articoli con tag:

Lingue

(370 risultati)

Sciarà ovvero le parole dialettali intraducibili

La collaborazione tra doppiozero e il Festivaletteratura di Mantova con il progetto Sciarà.   Leggi le parole intraducibili> Suggerisci una parola> www.festivaletteratura.it Ci sono tante parole nei vari dialetti e nelle parlate locali che non hanno una traduzione precisa in italiano, parole che sono già un “mondo”, che veicolano visioni e valori, immagini: parole-baule. Abbiamo pensato di raccogliere queste parole con la loro possibile definizione per creare una sorta di dizionario delle diversità italiane, un gioco linguistico per dar forma alla nostra identità plurale. Nell’anno del 150mo dell’unificazione italiana, un esempio di diversità.   Il gioco delle parole inizia su doppiozero e su festivaletteratura.it e prosegue “dal vivo” a Festivaletteratura. Le parole arrivano dagli autori e dai lettori di doppiozero e di Festivaletteratura, da scrittori e lettori comuni. Lo spazio a disposizione è per una parola e la sua definizione di massimo 500 battute spazi inclusi. Durante il Festival Sciarà avrà una postazione con un computer in cui i visitatori...

Victor Klemperer. Cronache di una vita e di una lingua

Pubblichiamo qui due riflessioni di Roberto Gilodi e Michele Ranchetti sugli scritti di Victor Klemperer.     “Sistemando il pacco del manoscritto, mi tormentavo ancora una volta chiedendomi se mai riuscirò a utilizzare tutto ciò che ho accumulato. Ma non posso pensare a queste cose se non voglio sprofondare nell’assoluto non essere”. È il 20 gennaio 1945 quando il filologo e francesista Victor Klemperer (1881-1960) chiude le annotazioni della giornata con queste parole. Ormai le sorti della guerra sembrano segnate, gli eserciti alleati hanno avviato l’offensiva finale e stanno per invadere la Germania. Ma quanto tempo dovrà ancora passare prima della resa? E quando nel febbraio del 1945 i nazisti decidono di deportare anche le coppie miste, Victor e sua moglie Eva (lui ebreo assimilato e convertito al protestantesimo, lei ‘ariana’), si chiedono se da ultimo la macchina dello sterminio inghiottirà anche loro.   La vicenda di Klemperer, allievo di Vossler e collega di Auerbach e di Curtius, è emblematica di un’intellettualità ebraica per la quale l’...

Dante / Convivio

Considerato nel suo insieme, il progetto intellettuale di Dante continua ad apparire titanico, sovrumano: reinventare un’idea complessiva di letteratura, stabilire un canone, individuare un pubblico, codificare una lingua; tanto più se si pensa che il poeta lo pose in essere in corso d’opera, mentre lo andava elaborando, fino all’esito conclusivo della Commedia. Quanto tutto ciò abbia a che fare con una possibile definizione di comunità nazionale (di un pubblico e di una lingua nazionali, anzitutto, giacché Dante non agognava affatto, per l'Italia, una forma statuale) lo illustra bene questo passo del Convivio, ricavato dal Trattato introduttivo dell’opera.   Nello stesso Trattato I, pochi capitoli prima, l’autore aveva precisato di essersi presentato “quasi a tutti li Italici”, nei panni dell’esule: ora ad essi si rivolge, con l’autorità della sua opera, per mostrare le virtù della lingua del sì. E più avanti aveva rivendicato la sua scelta di usare il volgare italiano, anziché il latino, affinché il ‘banchetto’ offerto fosse utile...

Chatillon / Paesi e città

Ci fu un tempo - e non era al Tempo dei Tempi ma appena due generazioni fa - che il mio amato paese (4.948 anime attuali) era, in tutta la sua lunghezza, una staffetta di osterie. Né caffè né birrerie, ma osterie. Cioè: osti, ostesse, vino ed amanti del vino. Di vino erano impregnati banconi e tavoli e sedie, e i muri ormai traspiravano vino. E facce da vino avevano i loro frequentatori, e ritmi da vino, e discorsi da vino.   Se si vuole capire e non cadere in anacronismi, bisogna pensare che in quei luoghi non si beveva ma si ministrava un rito: il rito del vino, appunto, antico come il mondo occidentale e sacrale come quel mondo sapeva essere. E chi nell’arco di una giornata le avesse percorse tutte, quelle osterie, dall’estremo occidente all’estremo levante del paese, e le avesse contate, avrebbe saputo che erano in numero di quattordici (come le stazioni di una rossa via crucis), sarebbe giunto all’ultima (“È sepolto. Dopo tre giorni risorge”) in uno stato di mistica alcolica, e quindi sarebbe stato riportato a casa da una moglie rassegnata o furibonda.   Come in ogni rito vero, agivano...

Siamo linguisti o caporali?

All’uscita di Relazioni e differenze (Sellerio), il libro in cui ha raccolto diversi suoi saggi di linguistica, mi è sembrato il caso di rivolgere alcune domande a Nunzio La Fauci, ordinario di Linguistica italiana a Zurigo. Conoscevo già il suo Compendio di sintassi italiana, uscito l’anno scorso dal Mulino, e da tempo sono un affezionato seguace del blog Apollonio Discolo in cui La Fauci commenta usanze di parlanti e linguisti, in quella che definisce “una lingua non comune”. Si tratta di una lingua ironica, che può arrivare al sarcasmo, a suo agio soprattutto nel discorrere controcorrente. I passaggi di Relazioni e differenze che si richiamano alla storia della linguistica e ai suoi presupposti filosofici hanno per me disegnato la cornice teorica all’interno della quale le apparenti intemperanze di Apollonio Discolo risultano molto meno occasionali. Così ho chiesto a La Fauci alcuni chiarimenti che mi hanno aiutato a scrivere un articolo per Repubblica (uscito il 6 maggio 2011) sul suo lavoro; ora, con il suo gentile permesso, li pubblico qui integralmente.     Della stupidità umana e della...

Mosaico di identità e identità-mosaico

Se dal punto di vista culturale oggi si ammette senza remore che la retorica risorgimentale, quella che avrebbe dovuto “fare gli italiani”, fu insopportabile, asfittica, decrepita già appena nata, piena di moralismo e ampollosità, vetusta nel linguaggio, nelle immagini e nei simboli, è pure vero che l’Italia ha trovato un’identità nazionale in primo luogo nella letteratura e nella lingua letteraria, con l’opera di Dante, Boccaccio e Petrarca fino a Bembo e poi Manzoni.     Il linguaggio è la casa dell’Essere, scrive Heidegger, e nella sua dimora abita l’uomo. Viviamo da sempre nel linguaggio, e la nostra capacità di costruire nuove interpretazioni dell’esperienza e di articolare le relazioni tra le parti di cui si compone si fonda sempre nel preliminare contesto linguistico e culturale nel quale ci troviamo situati. Il linguaggio, inoltre, è anche il mezzo grazie al quale veniamo a conoscere altre interpretazioni dell’esperienza. Così, nell’interpretare un segno, un testo, una cultura, contemporaneamente un soggetto interpreta anche se stesso....

L'Italia (linguistica): un'ultra-nazione

“L'Italia rimane ancor oggi in molti aspetti fondamentali un precario amalgama di regioni profondamente diverse, animate da diffidenza reciproca o da mutua incomprensione. Quella che si definisce lingua italiana è perlopiù un mezzo di comunicazione al quale si fa ricorso per comodità. Le parlate regionali, le cui molte particolarità e incomprensibilità reciproche vanno ben al di là della loro qualifica di dialetti […] continuano a dominare”. George Steiner si è così espresso sull'Italia e sull'italiano in un articolo comparso sul New Yorker una ventina di anni fa e recentemente pubblicato in traduzione italiana. A cavaliere dei secoli ventesimo e ventunesimo e, con la traduzione, a un passo dal centocinquantesimo anniversario dell'unità politica italiana, lo scritto di Steiner ribadisce a un pubblico internazionale un luogo comune e agli Italiani ciò che gli Italiani sanno bene, perché sta giornalmente sotto i loro occhi, nelle loro orecchie, sulle loro bocche. Ricorda poi che esistono punti di vista ragionevoli (che non vuol dire condivisibili necessariamente) a...

Analfabeta

L’analfabeta conosce l’abbiccì, ma quando era piccola i suoni prendevano grafie diverse, per questo ancora oggi dà la caccia alle lettere come fossero le farfalle della vispa Teresa che una volta prese si polverizzano. Il primo alfabeto è stato l’abeceda, i suoi segni rappresentavano il serbo-croato, una lingua che era già due e che aveva anche due alfabeti, uno latino e uno cirillico. I giornali li alternavano, una pagina pari una dispari, Zagabria e Belgrado si definivano attraverso il loro alfabeto, solo a Sarajevo, super partes, ogni nome di via si scriveva nei due caratteri. Così è stato prima della Grande Divisione del paese diventato ex che ha tagliato mari e fiumi, e alla lingua ha tolto quel trattino che rende necessarie ulteriori precisazioni per dire quale è la lingua madre. Nelle convulse dissertazioni storiche, nelle infinite pagine letterarie che cercano l’altro senza mai sapere se sia vicino o lontano da sé, il Serbo e il Croato appaiono figure del doppio che hanno cercato un equilibrio nella presenza del terzo, il Bosniaco – divenuto il capro espiatorio. Fin da piccola...

Foeura di ball

Non è del tutto tipico quel «Foeura di ball» (fuori dalle balle) con cui Umberto Bossi ha finto di poter liquidare la questione dei profughi in arrivo dall’Africa a Lampedusa. Proprio la formula scelta dal ministro per le Riforme Istituzionali rivela una chiusura, una forma di arroccamento forse più radicale di quanto non sia tradizionale per la direzione della Lega e di quanto non richiederebbero le stesse tattiche politiche e pre-elettorali di circostanza. «La soluzione è: Foeura di ball»: questa la frase originale. Incomincia in italiano e finisce in dialetto, in controtendenza con il faticoso apprendimento della lingua comune compiuto oramai da pressoché tutta la nazione. Bossi non ha mai esagerato con il dialetto, ne ha sempre considerato i rischi di esclusione oltre ai vantaggi di inclusione. Il successo espansivo della Lega degli anni Ottanta e inizio Novanta (quando dalla Lombardia si è allargata al Veneto sino a intestarsi l’intero «Nord») fu dovuto anche al sostanziale abbandono delle rivendicazioni linguistiche. Queste furono limitate ai cartelli stradali, quando notturni verniciatori...

La mia patria è la lingua

L’espressione corrente in Italia per designare la propria origine, appartenenza, identità è “il mio paese”. Provate a ripeterla in uno qualunque dei dialetti italiani: ha sempre la stessa coloritura emotiva. Suona diretta, sincera, autentica: nulla di astratto, di costruito o convenzionale. Le si addicono le intonazioni affettuose, partecipi, ora sorridenti ora commosse, ma più spesso nel senso della rassegnazione o della nostalgia che non della fierezza o della determinazione. Lo stesso non avviene con l’espressione “la mia città”, dove una sfumatura di orgoglio è più frequente: serve all’amor proprio meglio che all’intenerimento. Sarà perché provenire da una città, storicamente, è cosa diversa che provenire dal contado? Perché chi è nato in un paese è più probabile che ne parli da emigrato, anche se solo a qualche decina o centinaio di chilometri di distanza? Certo, “la mia città” ha un’implicazione più esclusiva e (paradossalmente) più campanilistica: manca della felice ambiguità di...