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Letizia Battaglia, Sabrina Pisu / Letizia Battaglia, una vita al grandangolo

Letizia Battaglia, di cui è appena uscita una biografia scritta a quattro mani con Sabrina Pisu, Mi prendo il mondo ovunque sia. Una vita da fotografa tra impegno civile e bellezza (Einaudi, 266 p., 19 euro), ha sempre fotografato con il grandangolo. Secondo i manuali, i grandangolari sono obiettivi da paesaggio, offrono infatti una visione più ampia di quella dell’occhio umano che invece, per convenzione più che per calcolo, viene assimilata al 50mm È quello il “normale”, l’obiettivo per far tutto, quello che non distorce e che quindi va mediamente sempre bene, preservando il realismo della visione naturale. Cartier-Bresson, si sa, fotografava quasi sempre con il 50. Ma Letizia Battaglia no, lei andava in giro con il 35mm se non addirittura con il 28. Il problema è che questa grande fotografa palermitana per molti anni ha fatto la reporter e, credo, non si sia mai molto interessata ai paesaggi. Quello che l’ha sempre affascinata, invece, sono le persone, la loro vita, il loro modo di essere e di agire e – suo malgrado, ma necessariamente visto il periodo in cui ha lavorato a Palermo – la loro morte.   Ora, quando fai la reporter ciò che devi fare è mostrare qualcosa che è...

Didattica a distanza / Perché la scuola no?

C'è un personaggio di un bel film, un leader nero di nome Jeriko One (oggi sarebbe di Black Lives Matters) che nell'ultimo discorso che fa, prima di essere assassinato da un poliziotto la notte del capodanno del 2000, esclama: stanno riordinando le sdraio sulla tolda del Titanic! (These people are rearranging deck chairs on the Titanic). È la sensazione che si prova in questo momento in questa strana scuola che è scuola senza esserlo, parte dentro parte fuori – non avevamo bisogno di questo per capire che la “modalità blended”, così come la DaD, non funziona. Facciamo scuola senza farla, rispettando norme e principi che appartengono a un'altra era geologica. I profili di licei e istituti tecnici e professionali, i cosiddetti PECUP, sono di dieci anni fa. Anche fingendo di non sapere che furono scritti in allegato alla controriforma Gelmini, che di fatto negava gli strumenti minimi per raggiungere gli obiettivi lì trascritti, resta che quei profili, quei curricoli, quella ripartizione delle discipline sembrano scaturire da un carotaggio geologico: quando non si aveva consapevolezza (e quindi ci si comportava come se non esistessero) della crisi ambientale, delle pandemie (che...

Uncanny Valley

La Valle del Perturbante, in inglese “the Uncanny Valley”, è una curiosa distorsione cognitiva ipotizzata dallo scienziato giapponese Masahiro Mori nel 1970, quando in Giappone si lavorava a film e cartoni animati con effetti speciali sempre più realistici. Man mano che queste creature assumevano forme sempre più simili agli esseri umani, il gradimento dello spettatore cresceva. Ma a un certo punto quelle creature diventavano sempre più inquietanti e repellenti e mettevano ansia, finché la tendenza si invertiva. Per definire questo effetto, Mori ha utilizzato uno dei termini chiave del lessico psicanalitico: per Freud i l perturbante (Das Unhemlich) è “quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare” (Il perturbante, 1919). È qualcosa che ci inquieta e atterrisce, perché lo conoscevano già. Ma non sappiamo riconoscerlo. La controversa ipotesi della Valle del Perturbante ha affascinato i maghi giapponesi della robotica come Hirata Ishiguro, lo scienziato che tiene conferenze in tutto il pianeta grazie a un suo doppio che egli stesso anima da remoto, a migliaia di chilometri di distanza. Più di recente i Rimini Protokoll, in uno...

75 milioni di voti a Trump / "Meglio una guerra nucleare che aggiungere un'altra lettera a LGBT"

Non riesco più a contare gli articoli che dal 3 novembre in qua sono usciti per chiedersi non tanto come abbia fatto Joe Biden ad accumulare 80 milioni di voti (cifra inaudita) ma come abbia fatto Donald Trump a mantenere, anzi ad accrescere il suo bottino elettorale fino ad arrivare a 74 milioni di voti (cifra altrettanto inaudita per uno sconfitto). Sei milioni di voti sono uno scarto che non si era mai visto, ma non avrebbe dovuto essere maggiore? Biden avrebbe dovuto vincere almeno con il 65% dei voti, non con il 52%. Ribattere che l’America è sempre stata politicamente polarizzata e che ben pochi presidenti hanno vinto con un margine uguale o superiore al 53% non è un argomento. Affrontavano candidati che rientravano nelle norme della politica. Trump non rientra in nessuna norma, salvo forse nelle linee guida di qualche manuale sul disordine narcisistico della personalità. E dunque? E dunque, da qui sono partite le analisi. Ma più che procedere hanno annaspato, perché una risposta unica non c’è. Ci vorranno mesi per analizzare i risultati delle elezioni statali, di contea e cittadine, che spesso hanno registrato la schizofrenia di elettori che hanno votato sia contro Trump...

A 10 anni dalla morte / Mario Monicelli: uno, nessuno, centomila

«Mario è morto il 29 novembre del 2010, buttandosi dal quinto piano di un ospedale romano. Si è “schiantato”, come direbbe lui. Gli piaceva la parola “schiantarsi”. […] “schiantarsi” e/o “ingoiare una polpetta avvelenata” al momento giusto, quando cioè uno è sazio dei giorni, era una teoria ampiamente condivisa in tutta la famiglia Monicelli». Così ricorda Chiara Rapaccini, scrittrice, illustratrice, autrice di libri per l’infanzia (e non solo: Amori sfigati, Rossa), per oltre trent’anni compagna di Mario Monicelli, sul numero 596 di “Bianco e Nero”. Interamente dedicato al regista, di cui proprio oggi ricorrono i dieci anni dal suicidio, le quasi duecento pagine della rivista ospitano contributi firmati da storici (Cardini, De Luna, Mondini), studiosi e critici cinematografici (Anile, Brunetta, Crespi, Gili), giornalisti e scrittori (Deaglio, De Cataldo, Di Paolo), oltre ai ricordi e le testimonianze in prima persona di collaboratori, interpreti, amici. Fra questi, appunto, c’è quello di Rapaccini, che traccia con straordinaria leggerezza e un pizzico d’irriverenza (a cominciare dal titolo, Muoiono solo gli stronzi, tratto da un suo celebre auto-epitaffio) il profilo di un...

Peter Zumthor / Il Museo delle miniere di zinco

È il 1994 quando la Norvegian Public Roads Administration elabora un programma di finanziamenti volto alla valorizzazione di alcuni percorsi stradali selezionati all’interno del territorio norvegese per il loro articolarsi all’interno di un contesto dall’elevato fascino paesaggistico. Si tratta di un programma dalla durata ventennale: entro il 2024, saranno 250 le strade lungo le quali i luoghi più interessanti dal punto di vista paesaggistico e culturale saranno evidenziati e caratterizzati da una serie di interventi di arte, design e architettura. Un programma che opera nel lungo periodo e che oggi conta 18 itinerari che coprono una distanza di 2.151 chilometri e lungo i quali numerosi interventi permettono di apprezzare in modo tangibile paesaggi, luoghi, culture e specificità locali.      Si tratta di interventi puntuali, a volte anche minuti, piccole “perle” sparse nel territorio che esprimono diverse culture del progetto eppure programmati all’interno di una rete pensata a carattere nazionale. Il programma ha generato nel corso degli anni una serie di positive sinergie: numerosi cittadini hanno commissionato piccole strutture ricettive lungo i percorsi; le...

Scuola / Un vecchio prof. disilluso

Ho letto il bell'articolo di Enrico Manera. Concordo pressoché su tutto. Potrei sottoscriverlo. Queste che aggiungo sono solo considerazioni personali che ne prendono in qualche modo spunto. Vorrei partire in particolare da quel passo dove Manera dice di noi insegnanti che siamo una “classe amareggiata, macerata a lungo nella disillusione, in cui ci sono soluzioni biografiche, anche eccellenti, mentre dal punto di vista generale e politico il senso di sconfitta è schiacciante e pesante”. Perfetto. È proprio così.  E questi sono i pensieri attuali di un vecchio professore, amareggiato e disilluso (e anche un po' depresso).   Innanzitutto l'emergenza. Ha cambiato qualcosa l'emergenza, nella scuola? No. Ha solo messo in evidenza ciò che già c'era, ed era anche ben percepito (da chi nella scuola lavora), ma platealmente ignorato da quelli che Manera chiama i “decisori” (non so se con ironia; forse sì, visto che i decisori decidono ben poco, mi pare). Non serve citare gli immancabili Carl Schmitt o Walter Benjamin per capire il valore delle emergenze, dei casi estremi. Essi sono rivelatori. Ma ciò è chiaro anche al buon senso: quando si giudica della verità di un'amicizia?...

Semplicità / Enzo Mari in Triennale

Nel 1971 Enzo Mari progetta un divano letto con una struttura costituita da profilati d’acciaio e imbottiture di poliuretano espanso. Si chiama Day-Night. Semplice, elegante, efficiente: basta un piccolo spostamento e si trasforma da divano di casa in letto singolo: una rotazione. Lo disegna per De Padova. L’imprenditrice che lo ha commissionato lo trova bello, ma decide di non produrlo. Enrico Astori, fondatore di Driade, che non ha una fabbrica, lo accetta e lo mette in produzione. Per quanto sia promosso in modo efficace, il divano resta invenduto. Non incontra il gusto del pubblico e Mari accusa il colpo. Scrive che il pubblico lo rifiuta “in quanto non lo riconosce come facente parte del sistema culturale”. La ragione pratica l’individua poi nel suo costo: troppo basso, si guadagna troppo poco con questo mobile. Riflette: gli oggetti di buon disegno offerti a prezzi bassi risultano “poveri” e non rappresentano uno status symbol per nessun consumatore. Sono trascorsi pochi anni dal Sessantotto studentesco e dall’autunno caldo, a cui Mari ha partecipato con la passione di un giovane, anche se ha passato i trent’anni.    Divano Day-night, Design Enzo...

Una fotografia / Eugène Atget. L’ostacolo dell’albero

A prima vista chiedersi ciò che una fotografia mostra può sembrare un fatto ridondante: mostra quel che mostra, ed è anche per questo motivo che il medium fotografico è stato da subito celebrato come “the pencil of nature”, mostrazione (e non dimostrazione). Confrontati a una straordinaria fotografia di Eugène Atget l’interrogativo di cui sopra sembra comunque lecito: cosa mostra quest’immagine presa in un parco vicino a Parigi? Nulla o quasi, poiché lo sguardo viene immediatamente bloccato dall’albero in primo piano. Proprio per l’idea balzana di interporre fra noi e il paesaggio malinconico del parco di Sceaux il tronco di un albero, la lettura della fotografia, appena iniziata, si arresta. L’occhio che distingue lo stagno vede la superficie mancante occupata dal tronco dell’albero. Il meccanismo di lettura abituale che (come avviene con un paesaggio dipinto) scruta i tre piani dell’insieme subisce un corto circuito: invece di procedere dal primo piano al secondo, intermedio, e fermarsi all’orizzonte, qui si parte dal piano intermedio, cioè dallo stagno, per essere proiettati con forza all’indietro, verso il primo piano, dove “sta” l’albero, si torna poi di nuovo al piano...

Una conversazione / Erik Kessels, found photography

Erik Kessels (Roermond, 1966) è un artista e curatore olandese. Ha pubblicato oltre 50 libri di immagini trovate, perse, non reclamate o scarti fotografici di cui si è ri-appropriato. Kessels ha espanso il concetto di found photography da una condizione analogica a una digitale, passando dalle ricerche di fotografie nei mercatini delle pulci ai prelievi di immagini dal web. Nel 2011 insieme a Martin Parr, Joachim Schmid, Clement Cheroux e Joan Fontuberta ha co-curato una mostra dal titolo From Here On (A partire da adesso) per Les Rescontres Internationales de la Photographie di Arles, una mostra che ha incluso più di ottanta autori e che ha fatto il punto sulla creazione postfotografica realizzata sino a quel momento. Photography in Abundance di Erik Kessels, una installazione con riversato a terra il volume di fotografie caricate in Flickr in 24 ore, presentata alla fine del 2011 nel museo FOAM di Amsterdam, è una icona della condizione postfotografica in cui nuotiamo ormai da più di un decennio.   Sara Benaglia e Mauro Zanchi: "Dato che gli strumenti determinano ciò che è possibile fare, essi determinano anche, in una certa misura, ciò che può...

Spot e pandemia / Tedeschi: siate pigri!

Circola in rete, con commenti d’ogni tipo nei social, una campagna tedesca di comunicazione tanto ben fatta quanto ambigua. Non foss’altro perché ironica, dunque interpretabile in più modi. Obiettivo della campagna è quello di esortare la popolazione a prestare ulteriore attenzione nei confronti dello stramaledetto virus, restando a casa il più possibile per evitare il diffondersi dei contagi. Facile a dirsi, ce lo ripetono in tanti da mesi! Molto meno evidente come renderlo efficace in termini pubblicitari. L’idea creativa non è male: ripensare a questo nostro 2020 funestato dal Covid-19 a partire da un imprecisato, ma lontanissimo, futuro; e affidarne il racconto a un testimone che ha vissuto quell’epoca (cioè quest’epoca) in modo consapevole, coscienzioso, addirittura eroico. Tre gli spot, tre i testimoni, diversi fra loro ma tutti molto avanti negli anni mentre, intervistati in una specie di documentario storico, inanellano i loro ricordi. Al di là della finzione documentaria, l’idea è interessante perché prova a farci auto-osservare criticamente dal di fuori: un’esteriorità temporale che, rassicurandoci sull’esistenza stessa dell’avvenire (e non è poco), ci restituisce meglio...

Il ritorno del trauma / Ha senso parlare?

Non so bene cosa dire, non so che parole usare. Dice: E allora stai zitto! Ma no, nonostante tutto, ho voglia di parlare, di dire la mia, così in generale, su tutto, qualunque cosa va bene, purché io possa dire, parlare. Perché è di questo che adesso ho bisogno: di parlare, di esercitare il mio “diritto animale” di parlare, di esprimermi, esprimere il mio personale bisogno di estrinsecare, come posso, tutto quello che mi passa per la mente mentre sto davanti a questo immenso stordimento concettuale che via via, in questi giorni, si sta configurando nella sua massa enorme, smisurata. Tutti hanno bisogno di dire, di esprimere, di raccontare. Fiumi di parole, come diceva la nota canzoncina. Tutti sentono come l’urgenza di misurarsi con la loro propria verbalizzazione dell’evento che ci colpisce. Tutti devono provare a spiegare che cosa succede, che cosa succederà. Ognuno a modo suo, con gli strumenti più o meno sgangherati o sofisticati che possiede. Non è la ricchezza linguistica o intellettuale che decide per me: l’importante è che io lo faccia, che lo possa fare. Perché è un “naturale” modo di elaborare ed esorcizzare il terrore che ci invade: terrore di morire o di avere un...

Un momento prima / Robert Capa a colori

L’immagine raffigura un gruppo di soldati francesi che avanza in ordine sparso lungo la diga di una risaia. Sono colti di schiena e in fondo s’intravede un blindato, poi le case di un villaggio. Siamo sulla strada per Thai Binh in Indocina e la fotografia è l’ultimo scatto di Robert Capa. È il 25 maggio 1954 e sono le ore 15. Tra poco Capa metterà il piede su una mina antiuomo e salterà in aria. Con lui voleranno la Nikon S e la Contax, i due apparecchi con cui sta ritraendo la guerra che la Francia conduce contro il generale Giap. Dien Bien Phu è caduta ed è in corso l’evacuazione dei feriti dell’esercito francese. Capa non doveva essere lì. A metà aprile si trova a Tokyo e sta fotografando. Accolto come un eroe dai suoi amici giapponesi, deve trascorrere tre settimane in quel paese. Perché è andato in Indocina a seguire questo conflitto che non è il suo, come gli ha detto John G. Morrison da New York al telefono: “Bob non fare questo lavoro, non è la nostra guerra!”? Life gli ha chiesto di sostituire il suo fotografo, Howard Sochurek, che ha chiesto un congedo di un mese per la malattia della madre. Capa ha risposto di sì, pensa che sia una buona proposta, ben pagata, e poi il...

In guerra ci vuole coraggio / La guerra al Covid e la guerra ai giovani

Quando il governatore Vincenzo De Luca ha decretato la chiusura di tutte le scuole della Regione Campania, a fine ottobre, nessuno è stato colto di sorpresa. Il messaggio della sua campagna elettorale, ripetuto ossessivamente per tutta l’estate, era molto semplice: siamo in pericolo per colpa di una minoranza di irresponsabili, per lo più giovani, che insistono a socializzare senza curarsi delle regole anti-Covid. È l’esempio più eclatante, ma non il solo, della propaganda anti-giovanile che ci ha accompagnato negli ultimi mesi. Le mosse dei politici, quando i contagi sono di nuovo aumentati, sono state coerenti con la propaganda: poiché i giovani sono un pericolo, per proteggerci dobbiamo limitarne i movimenti. Così pochi giorni fa Attilio Fontana ha imposto la chiusura di tutte le scuole superiori lombarde. Seguito da Michele Emiliano in Puglia, e quindi dal governo nazionale che ha imposto il 75% di didattica a distanza a tutte le scuole superiori d’Italia. Mentre scrivo, si sta valutando il 100% di Dad dalla terza media in su. Quello che colpisce non è la misura in sé: moltissimi paesi hanno chiuso temporaneamente le scuole per limitare la diffusione del Covid. Colpisce...

Fra Songbook e dischi a tema / Ella Fitzgerald e Frank Sinatra: night and day

Settant’anni fa, nel settembre del 1950, Ella Fitzgerald incideva il suo primo album, Ella sings Gershwin, un disco in formato 10 pollici – 25 centimetri di diametro – di sole otto tracce, quattro per lato, tutte composte da George Gershwin. Durata complessiva: venticinque minuti e sedici secondi. Il disco fu prodotto da Milt Gabler e registrato a New York in due sedute, l’11 e il 12 di settembre. Vi figuravano dei classici come Someone to watch over me, How long has this been going on e But not for me, ma anche delle canzoni meno battute come Maybe o Soon.   Due anni prima, il 18 giugno del 1948, la CBS (Columbia Broadcasting System) aveva presentato nelle sale del Waldorf Astoria di New York un nuovo formato di disco in vinile a microsolco, il cosiddetto Long Playing o Long Play, un formato che avrebbe presto soppiantato il 78 giri in gommalacca. Ella Fitzgerald nel 1950 era già una veterana della canzone e aveva alle spalle svariate incisioni con Teddy Wilson, Benny Goodman, Chick Webb, gli Ink Spots, Louis Armstrong e Louis Jordan. Poco più che trentenne, aveva già attraversato l’era dello swing e quella del be-bop, dimostrando da un lato di saper tenere testa al ritmo...

Piante, salice, canna, bambù, paglia, terra / Architetture del dopo

Costruire con le piante, salice, canna, bambù, paglia, terra: è questo il sottotitolo dell’ultimo lavoro di Maurizio Corrado, architetto, studioso e docente universitario, creatore di iniziative culturali, uno dei massimi esperti italiani del rapporto tra mondo vegetale e architettura. Un sottotitolo che è una dichiarazione di intenti e che, ponendo il focus sui materiali da costruzione cosiddetti “verdi”, dà il segno di un approccio concreto volto al costruire e all’abitare, accentra l’attenzione sulla riscoperta di tecniche tradizionali.   Se ogni sottotitolo ha il compito e il merito di restringere gli spazi all’immaginazione, suggerendo la direzione che il titolo lascia incerta, questo forse non è del tutto vero per il testo di Corrado. Architetture del dopo (DeriveApprodi 2020) non si rivolge infatti soltanto a coloro che, all’interno di saperi di una specifica tèchne, sono interessati alla costruzione di spazi abitativi, alla loro funzionalità, alla loro estetica, alla loro cultura, all’architettura insomma, ma anche a un pubblico più vasto, a chiunque abbia interesse a comprendere, e a dare forma, a quello che diciamo quando parliamo di sostenibilità, ecologia, nuove...

La società post-pandemica / In che mondo vivremo

È possibile una teoria sociale della pandemia? Non una teoria epidemiologica ma sociale: come la società si ammala, come la società reagisce, come eventualmente guarisce. Se questa teoria è possibile, essa deve incrociare dimensione macro e dimensione micro. A scala macrosociale la pandemia colpisce tutto il popolo (pan demos) del mondo, e soprattutto quello riunito nei grandi assembramenti umani delle città.  È lì che il contagio più che altrove circola grazie al contatto sociale. Quel “con” che ci tiene insieme nelle comunità urbane si traduce in un “dis”-valore che ci allontana, e richiede una “dis”-tanza fisica. Occorre allora esplorare la dimensione micro, psicosociale. Quella più interna alla persona, la sua nervenleben. Si tratterebbe di una teoria assai complessa perché l’incrocio tra le due dimensioni macro e micro è essenziale, eppure difficilissimo. In passato pochi l’hanno fatto, l’ultimo è stato Talcott Parsons a metà Novecento. Da allora ci accontentiamo di teorie di medio raggio.   Si capisce allora perché finora gli scienziati sociali abbiano evitato di trattare quel che è stata la pandemia, e soprattutto che cosa succederà dopo la pandemia. Per approccio...

Un addio - con una lettera di Eugenio Barba e dell’Odin Teatret / Ferdinando Taviani: studioso militante

Aveva qualcosa del guru, Ferdinando Taviani, del combattente comunero latino-americano e andino con i suoi poncho, gli eterni sandali, i berretti colorati. Non so perché, lo associo a Garabombo, il personaggio di vecchi romanzi di Manuel Scorza, invisibile come Taviani, Nando per le innumerevoli tribù teatrali che ha frequentato. Garabombo era invisibile alle autorità cui presentava le proteste della sua comunità andina; Taviani era un accademico capace di scomparire nel teatro e di riapparire di lato, nel “fra” come ebbe a scrivere di Giuliano Scabia, spostando ogni volta i dati delle questioni, aprendo squarci inaspettati, anche ferite, che avrebbero generato idee e comportamenti. Non so cosa significhi: ma non esiste una voce di Wikipedia su di lui. Così lo hanno ricordato Eugenio Barba e i suoi compagni dell’Odin Teatret.   Arrivederci, fratello di lavoro   Il 4 novembre è morto Nando Taviani, pensatore e studioso originale di teatro, fratello di lavoro dal 1969 di noi tutti all’Odin Teatret. Era il nostro consigliere letterario, co-autore di testi e ispiratore di progetti che hanno reso il nostro gruppo teatrale un incoraggiamento e una vocazione per molti altri....

Make America Great Again / Ivanka e l’Abc

Qualche giorno fa mi ha scritto Ivanka. “Stiamo combattendo per il futuro del nostro Paese. Dipende tutto dal tuo voto”. Prima di lei si erano fatti vivi Lara e Don Jr incoraggiandomi a votare per posta – benché da mesi il Padre Presidente ripeta che è fonte inesauribile di brogli. Per il resto, da mesi a scrivermi è una certa Sarah. Mi chiede se sono pronta a votare per “Make America Great Again”, quanto sono preoccupata per le “sommosse” di Portland e incalza senza pietà: vota, vota, vota. Sei già andata a votare? Quando voterai? È tutta colpa mia. Qualche anno fa, quando qui in Louisiana si eleggeva il governatore, mi sono registrata a un rally di Trump. Volevo vederlo in azione dal vivo. Ho dato forfait causa influenza e ancora mi mangio le mani, intanto il mio numero è finito nelle liste dei supposti simpatizzanti. Potrei svanire con un clic, ma non lo faccio.  Nell’isolamento forzato di questa pandemia, ogni messaggio di Sarah e della Dinastia, come ormai la chiama il Presidente, è uno strattone che mi riporta alla realtà. Mi ricorda che c’è una ragione (anzi sono parecchie) se appena esco di casa vado a sbattere contro un cartello Trump 2020, se la gente rifiuta le...

Aaron Sorkin / I Chicago 7 nell’America di Trump

Per chi adotta o si sente vicino a uno sguardo progressista sul mondo, a prima vista potrebbe sembrare inesorabile fare un confronto tra gli Stati Uniti degli anni Sessanta – quelli radical e alternativi dei militanti de Il processo ai Chicago 7 che chiudono il film di Aaron Sorkin col pugno chiuso alzato mentre sta per essere letta la loro sentenza – e quelli del 2020 a pochi giorni di distanza da una delle elezioni presidenziali più critiche della storia recente di questo paese. Gli Stati Uniti stanno infatti vivendo oggi uno dei momenti più bui della loro storia democratica, sotto ricatto di un Presidente eletto da una minoranza e inviso dalla stragrande maggioranza del Paese che solo una legge elettorale folle e un sistematico attacco al diritto di voto di poveri, minoranze e persone di colore ha potuto rendere possibile.   Bisognerebbe fare un riepilogo di tutto quello che sono stati questi ultimi quattro anni, costellati da attacchi senza precedenti a sindacati, afroamericani, donne, immigrati, dipendenti pubblici, insegnanti, operai (e la lista potrebbe continuare ancora a lungo), per non parlare dei conflitti intra-istituzionali, come quello con l’FBI e con l’esercito...

Il prossimo salto evolutivo / Da homo sapiens a homo frater

Molte volte nel corso della Storia l'umanità si è trovata a vivere situazioni di tale gravità e oscurità sul futuro da temere che fossero gli ultimi tempi. Ogni volta, finora, ne è uscita e i posteri hanno visto in quella crisi il travaglio della nascita di un mondo nuovo, o perlomeno rinnovato. Noi stiamo attraversando uno di quei momenti. Ne usciremo, come è sempre accaduto, o questa volta i nostri non sono dolori del parto ma un'agonia? Ivan Illich definì il nostro un tempo apocalittico, epoca di crisi e di rivelazione in cui non si deve avere paura, ma consapevolezza e determinazione nell'agire, perché la Storia è in gran parte nelle nostre mani e siccome, ad ogni modo, va avanti, dipende dalle scelte umane la sua direzione.  Oggi la situazione è più complessa di quanto sia mai stata prima, perché il mondo si è fatto piccolo, non esiste più un luogo in cui una parte si possa rifugiare e cercare un nuovo inizio. Il mondo è la nostra barca, o la manovriamo in queste acque di tempesta concordemente o affonderemo tutti. E non so se, in quel caso, vorrei essere tra i sopravvissuti. Il mondo si è fatto piccolo e l'uomo si è fatto troppo potente, e se alla sua potenza non...

Christian Salmon / Trump, Johnson, Bolsonaro: la tirannia dei buffoni

Martedì 3 novembre 2020, gli Stati Uniti d'America torneranno a scegliere il loro presidente. Non è solo una sfida tra democratici e repubblicani, tra l'irruenza del miliardario da talent show e la grigia competenza del politico di professione, tra il populismo movimentista e l'apparato di partito. La riconferma di Trump sancirebbe il trionfo della “Tirannia dei Buffoni”, come la definisce il politologo francese Christian Salmon nel suo recente La Tyrannie des Bouffons, Les Liens Qui Libèrent, 2020. Nella galleria di Salmon, accanto a Trump e Boris Johnson, rientrano il brasiliano Bolsonaro, il filippino Duterte, l'ungherese Orban e l'indiano Modi, nonché l'italiano Matteo Salvini (e di striscio Beppe Grillo, il prototipo del “comicopolitico”). Ultimo arrivato, la star delle serie tv ucraine Zelensky. Per gli studenti ai quali era stato mostrato un video con le sue affermazioni più controverse, Bolsonaro appare “cool, perché è un mito, perché fa ridere, perché dice quello che pensa” (Salmon, p. 63).    Come mai queste figure grottesche (vedi Bachtin) hanno occupato la scena politica e dominano il carnevale mediatico globale? A questi improbabili leader mancano le doti...

Romaeuropa Festival / Anni luce per la nuova scena italiana

L'attrice posa col gomito sul tavolo ingombro di pagine di copioni, caffè, qualche matita, mentre il regista, più avanti sul palco, parla al pubblico. Improvvisamente il gomito le cede di schianto e lei sbatte violentemente il viso sulla superficie di legno, facendo sobbalzare tutta la sala. Le mani corrono al volto, il dolore è squassante. Ora le scosta: ride! Non è niente, era uno scherzo, ha lasciato andare la testa per simulare il colpo e ha percosso il tavolo da sotto il piano. La gag è gretta ma funziona. Il regista, Francesco Alberici, vuole provarla. Si siede al posto dell'attrice e tenta la mossa, ma il risultato non convince, il colpo non è ben simulato. Ci riprova. Niente, non va. Più credibile è la reazione successiva, il grido straziante, teatrale: Alberici in terra, si rotola sul palco, il corpo è percorso da spasmi.   Si tratta di una delle scene centrali di Diario di un dolore, debutto dell’attore/autore milanese (spesso sul palco diretto dal duo Deflorian/Tagliarini oppure con la propria compagnia Frigoproduzioni) al Romaeuropa festival della capitale. Nella settimana dal 6 all’11 ottobre – poco prima, dunque, che le attività teatrali e gli eventi...

Diario 9 / Fare scuola senza la scuola

Lunedì sono tornato a scuola, ma la scuola non c’era più. Dopo tutte queste settimane, dopo le parole, i sogni, i racconti di questo diario, dopo più di un mese di mascherine, distanze, disposizioni, fatica, incontri e scontri, dopo tutta l’attesa di una presenza, sono entrato in classe e l’ho trovata vuota. Ovviamente accolgo con convinzione profonda qualsiasi provvedimento sia necessario per salvaguardare la salute personale e collettiva, per arginare e per difendere. Ho deciso anche di non chiedermi più se altro poteva essere fatto, se i mesi di attesa potevano vedere altre scelte, altre azioni; esercizio inutile, il passato è una stanza inaccessibile. Ho finalmente preso atto che la scuola non è un presidio condiviso da tutti, che le sue frontiere sono difese da alcuni, ignorate da altri. Non è più nemmeno un pensiero ossessivo, ci abbiamo provato, è andata diversamente. La speranza, sempre, è che sia per poco, un piccolo intervallo spaziotemporale che riguardi solo alcune classi e solo per alcune settimane. Non posso però fare a meno di pensare che dietro un nome collettivo ci sia sempre una sequenza geometrica di individualità uniche, di volti, di occhi, di necessità singole...

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