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1960-2020 / Maradona. El niño e la palla di stracci

Quando nell’agosto del 1979 morì Giuseppe Meazza – il più forte calciatore della prima metà del Novecento, secondo quelli che avevano avuto la fortuna di vederlo giocare – , Gianni Brera, che giovanissimo cronista lo aveva visto “toreare” i portieri avversari all’Arena Civica di Milano, sulle colonne di “Il Giornale” intitolò il suo commiato: «Meazza era il fòlber». Ovvero il football, il calcio, però nell’idioletto lombardo che accomunava, nel profondo della loro storia e cultura, il campione Peppìn e lo scriba Gioânnbrerafucarlo. Ieri, 25 novembre, anno di disgrazia 2020, giorno della bastarda morte di Diego Armando Maradona, un titolo simile, e un pezzo all’altezza di quel compito, l’avrebbe dovuto scrivere Osvaldo Soriano, se non se ne fosse andato ben ventitré anni prima del suo amico. «Maradona era il fútbol»: ovvero, anche qui, il football, il calcio, nella sua più pura declinazione latino-americana, passione e fantasia, pueblo y garra charrua. Ma anche il fútbol che raccontava Soriano, quello delle partite interminabili contro avversari che duravano una vita. E che della vita aveva l’insostenibile imperfezione. Maradona è stato tante vite, tutte imperfette. El Niño indio...

Immunità / Pandemia e modello asiatico: cosa è successo?

Sono sempre a rigirarmi tra le mani la domanda: perché quel pezzo di Asia ha reagito meglio alla pandemia? È l’eredità del confucianesimo che rende quei popoli più capaci di far fronte collettivamente alle disgrazie? È una loro superiorità tecnologica, e quindi i migliori sistemi di tracciamento? O una disponibilità all’obbedienza come noi manco ci sogniamo? O, nel caso della Cina, la dittatura tout court? Nella newsletter asiatica di Internazionale del 31 ottobre Junko Terao intervista Ilaria Maria Sala, giornalista italiana a Hong Kong da vent’anni con una lunga esperienza di Cina e Giappone. “Non credo serva scomodare Confucio,” dice Sala, “il vero elemento che accomuna questi paesi è l’esperienza delle precedenti pandemie. La Sars nel 2013 e la Mers nel 2015…”. Da qui consapevolezza, tracciamento, quarentene, mascherine e molto altro. Ma aggiunge una chicca: “Qui non solo le misure di prevenzione non si contestano (…), ma sono richieste dai cittadini, che non si fidano delle autorità politiche, temono che non facciano abbastanza.” Pensando a quanto negazionismo e riduzionismo abbiamo avuto in occidente, siamo agli antipodi: l’esperienza della Sars ha questo lascito. E quindi,...

Alice in Wonderland, 26 novembre 1865 / Vita cinematografica di una Finta Tartaruga

“Have you seen the Mock Turtle, yet?”. “No”, said Alice. “I don’t even know what a Mock Turtle is”. “It’s the thing Mock Turtle Soup is made from”, said the Queen.   Con queste parole, nel nono capitolo di Alice nel paese delle meraviglie, Lewis Carroll introduce la Mock Turtle, la Finta Tartaruga, uno dei personaggi più affascinanti ed enigmatici del libro. Poche righe più avanti, Alice, scortata dal Grifone, viene condotta in spiaggia al cospetto della Finta Tartaruga, creatura sofferente e perennemente in lacrime, che promette di raccontarle la sua storia. “Una volta ero una vera tartaruga”, comincia, per poi rimanere immobile e silenziosa per interi minuti. Il racconto riprende con una cronaca nonsense della sua infanzia alla scuola del mare, dove si insegnano materie come annaspare e contorcersi, e le diverse operazioni dell’aritmetica: ambizione, distrazione, bruttificazione e derisione. Nel capitolo successivo, il decimo, la Finta Tartaruga e il Grifone si infervorano nel descrivere il loro gioco preferito, la quadriglia delle aragoste, un ballo in spiaggia che coinvolge foche, salmoni e tartarughe intenti a inseguire aragoste lanciate in mare.  Infine, tornata...

Semplicità / Enzo Mari in Triennale

Nel 1971 Enzo Mari progetta un divano letto con una struttura costituita da profilati d’acciaio e imbottiture di poliuretano espanso. Si chiama Day-Night. Semplice, elegante, efficiente: basta un piccolo spostamento e si trasforma da divano di casa in letto singolo: una rotazione. Lo disegna per De Padova. L’imprenditrice che lo ha commissionato lo trova bello, ma decide di non produrlo. Enrico Astori, fondatore di Driade, che non ha una fabbrica, lo accetta e lo mette in produzione. Per quanto sia promosso in modo efficace, il divano resta invenduto. Non incontra il gusto del pubblico e Mari accusa il colpo. Scrive che il pubblico lo rifiuta “in quanto non lo riconosce come facente parte del sistema culturale”. La ragione pratica l’individua poi nel suo costo: troppo basso, si guadagna troppo poco con questo mobile. Riflette: gli oggetti di buon disegno offerti a prezzi bassi risultano “poveri” e non rappresentano uno status symbol per nessun consumatore. Sono trascorsi pochi anni dal Sessantotto studentesco e dall’autunno caldo, a cui Mari ha partecipato con la passione di un giovane, anche se ha passato i trent’anni.    Divano Day-night, Design Enzo...

Storia d’Italia attraverso i sentimenti (3) / E fu il ballo

E fu il ballo. Tra la primavera e l’estate del ’45. E dopo. Una gioiosa febbre dei corpi che finalmente tornano a muoversi scuotendo l’immobilità pietrificata degli anni di guerra.  Il sepolcro è stato scoperchiato. Ora, la vita freme. I corpi si cercano, si toccano, respirano gli uni accanto agli altri, si esplorano annullando la distanza ostile in cui si erano murati. Il ballo genera fiducia, scioglie ogni diffidenza difensiva. È un teatro di sentimenti: nascono amori, si stringono amicizie, si diffondono i semi di una socialità nuova. Aperta, distesa. E si attenua il peso delle memorie luttuose, si comincia, ma ci vorrà altro tempo, a sbrogliare la matassa dei sentimenti negativi. “Tutta Torino balla” intitola “L’Unità’” del 23 aprile 1945. Ma accade ovunque, per le strade e le piazze delle città e dei paesi, nelle corti delle case popolari, nelle aie delle cascine di campagna, persino ai bordi delle macerie accumulate. Balere improvvisate, un grammofono, e poco altro. Quando va bene, un’orchestrina sgangherata, strumenti rimediati. Tutto è improvvisato, perché tutto è nuovo. Fra questi paesaggi precari scocca la scintilla d’energia che, più tardi, darà vita alla...

25 novembre 1970 / Yukio Mishima nell'inferno delle forme

Se fosse possibile stabilire, in tutta la sua ampiezza, un canone della letteratura che ha preso le mosse dalla catastrofe delle due guerre mondiali, Yukio Mishima non sfigurerebbe affatto quale tardivo rappresentante di quella frangia di scrittori che si espressero sotto un segno – per riprendere una sua celebre sentenza su Hitler – cupo come il XX secolo. "Tardivo" e "cupo" poiché rispetto agli ideali della generazione di intellettuali alla quale egli apparteneva – Mishima era nato nel 1925 – la visione del Giappone del dopoguerra restituita dai suoi romanzi ricalca con precisione i modelli formali e stilistici dell'estetismo borghese europeo di matrice decadente, rievocando tematiche e atmosfere proprie dell'epoca della crisi che investì la cultura occidentale a seguito della Prima Guerra Mondiale. Il sentore di minaccia e di fine imminente, le laceranti scissioni dell'io, la visione idealizzata di un tempo perduto che promanano dalle sue opere, investono in pieno anche la sua figura, che oggi ricordiamo nel cinquantesimo anniversario della scomparsa.     Vi è in Mishima in effetti una coincidenza impressionante tra l'autore e l'opera sulla quale pesa in maniera...

Una fotografia / Eugène Atget. L’ostacolo dell’albero

A prima vista chiedersi ciò che una fotografia mostra può sembrare un fatto ridondante: mostra quel che mostra, ed è anche per questo motivo che il medium fotografico è stato da subito celebrato come “the pencil of nature”, mostrazione (e non dimostrazione). Confrontati a una straordinaria fotografia di Eugène Atget l’interrogativo di cui sopra sembra comunque lecito: cosa mostra quest’immagine presa in un parco vicino a Parigi? Nulla o quasi, poiché lo sguardo viene immediatamente bloccato dall’albero in primo piano. Proprio per l’idea balzana di interporre fra noi e il paesaggio malinconico del parco di Sceaux il tronco di un albero, la lettura della fotografia, appena iniziata, si arresta. L’occhio che distingue lo stagno vede la superficie mancante occupata dal tronco dell’albero. Il meccanismo di lettura abituale che (come avviene con un paesaggio dipinto) scruta i tre piani dell’insieme subisce un corto circuito: invece di procedere dal primo piano al secondo, intermedio, e fermarsi all’orizzonte, qui si parte dal piano intermedio, cioè dallo stagno, per essere proiettati con forza all’indietro, verso il primo piano, dove “sta” l’albero, si torna poi di nuovo al piano...

Le scuole vuote, la distanza delle istituzioni e il bisogno di stare insieme / La scuola in cortocircuito

In questi giorni, mentre si ipotizza che la riapertura delle scuole non avverrà prima del 2021 e si susseguono le dichiarazioni politiche sulla sua priorità, il lungo silenzio sui problemi della ripresa scolastica in presenza è stato rotto dalle notizie e dai commenti sulle proteste studentesche contro la Didattica a distanza che si stanno svolgendo un po' ovunque.  A Torino, un caso di cui si è parlato molto, nell'isolato pedonale dell'Università di Palazzo Nuovo, studenti e studentesse del liceo classico e linguistico “V. Gioberti” manifestano chiedendo di poter tornare alla didattica in presenza e sottolineando tutti i limiti della Didattica a distanza (Dad) nell'intero paese. Limiti che vanno dalla fruibilità dei contenuti per tutti alla diseguaglianza di opportunità legata agli strumenti digitali. È infatti cosa ben diversa potersi collegare, leggere documenti e comporre testi utilizzando un computer di ultima generazione con la fibra digitale oppure dover fare le stesse cose con un telefono cellulare e le offerte “sui giga”.   Le manifestazioni testimoniano il bisogno di luoghi di socialità e di stare insieme come condizione per un apprendimento efficace, una...

Attendere l’usura, e consumar se stessi? / Attesa e speranza

Mimmo Jodice, Attesa, dal 1960, Electa edizioni. Forse un mattino andando in un’aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore da ubriaco.   Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto alberi, case, colli per l’inganno consueto. Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.   (Montale, Ossi di Seppia)   Mimmo Jodice, Attesa, dal 1960, Electa edizioni. Attendere... Cosa significa attendere? In cosa consiste lo scarto tra il tempo ideale dell’attesa interiore e il tempo inaspettato e reale del mondo esteriore? A livello cosciente, l’intenzione immaginata e proiettata nel futuro si scontra sempre (anche solo di poco) con ciò che troviamo. L’attesa ideale sarebbe dunque un ostacolo, una postura che ci separa dall’immediato piacere del tutto e subito. E quindi viene spesso interpretata come una forma passiva dell’esistere. Come ci ricorda una proposizione notissima di Wittgenstein contenuta nelle sue Ricerche filosofiche: “Noi aspettiamo questo e siamo sorpresi da quello”. Colui che aspettiamo, l’atteso, non è colui che...

Quaderno 5 / La morte non può farmi male

A me piacciono tantissimo le poesie tradotte da altre lingue, perché sono ancora più improbabili delle poesie nella lingua dell’autrice o dell’autore e l’improbabilità che diventa possibile è una mia grande passione, fa tremare i bordi della realtà, la sconfina e le fa accogliere variazioni prima impensabili. Quest’estate, grazie al mio amico RaiMondo, libraio in fondo alla città di Napoli, che l’ha pubblicata, e me l’ha mandata, leggevo Louise Glück e in Averno c’era scritto così:    […] la morte non può farmi male più di quanto tu mi abbia fatto male, amata vita mia.   E pensavo: “Già, e invece che estraneo inavvicinabile abbiamo fatto della morte.” Qualche volta, quando ci succede qualcosa di terribile, soprattutto se siamo piccoli, si cade fuori dalla storia e anche, qualche volta, dalla condizione umana. Un bambino che soffre moltissimo è perturbante e dunque cancellabile. Si diventa estranei a tutto e a tutti, anche alle parole, perché il terribile è spesso indicibile, anche alle immagini perché è inimmaginabile, non fa immagine, per questo non si dorme. Quindi l’estraneo non è che sia inavvicinabile, è che è caduto fuori dalla storia mentre noi siamo lì a...

Nella quiete del tempo / Olga Tokarczuk, o del movimento

La forza su cui si fonda la narrativa di Olga Tokarczuk è il movimento. Nel suo romanzo più noto, I vagabondi, pubblicato da Bompiani nel 2019 nella traduzione di Barbara Delfino, il principio di movimento si innerva in una costellazione – ama chiamarlo così, “romanzo-costellazione” – di storie, saggi e frammenti che celebrano la capacità di mutamento del mondo e degli esseri umani; storie che possono apparire slegate ma che a una vista d’insieme possiedono equilibrio compositivo e ampiezza di sguardo. Alla base della differenza d’impianto tra un romanzo tradizionale e un libro come I vagabondi, spiega Tokarczuk, c’è la differenza di visione e di sensibilità che passa tra un narratore dell’Est Europa e un narratore, poniamo, dell’Europa Occidentale. “Non ci fidiamo come voi della realtà. Adoro la capacità dei romanzi inglesi di scrivere senza paura di delicate questioni psicologiche. Noi non abbiamo questa pazienza, e la nostra narrazione non è mai lineare. Noi pensiamo in modo mitico, religioso”, spiega Tokarczuk in un’intervista.    Ecco perché I vagabondi include – senza paura di sconcertare il lettore – la storia della sorella di Chopin che portò il cuore del...

23 novembre 1980 / Irpinia, paesaggio con rovine

Scrive Daniele Del Giudice nel suo libro, In questa luce: “Ogni secolo ha le sue rovine e un suo modo di metterle in immagine facendone paesaggio”. (…..) “È comunque il paesaggio che ci è dato, una compresenza grottesca di naturale e artificiale, un fondale della quantità e dei suoi resti; difficilmente tale paesaggio potrebbe consentire quella triangolazione tra natura, io osservante e consapevolezza di una divinità diffusa che garantiva la pacificazione dell’animo romantico. Tuttavia, sono i luoghi dove viviamo i nostri rapporti con gli altri, e dove, pur con ogni altrove nella fantasia o nella nostalgia, ambientiamo i nostri sentimenti”. A partire dalle ultime righe, in Paesaggio con rovine, Mondadori 2020, che Generoso Picone ha scritto con la penna dell’anima, si ritrovano le articolate e ambivalenti stratificazioni sentimentali e analitiche considerate da Del Giudice. Fare paesaggio, tradurre in paesaggi della nostra vita i luoghi dove siamo nati e dove viviamo, non è una scelta. Comunque siano quei luoghi e qualsiasi rovina contengano. Facciamo paesaggio dei luoghi semplicemente perché non possiamo fare diversamente.   Ciò vale se consideriamo il paesaggio non solo...

Diario americano / America: salviamoci la pelle

Se Biden è il Mosè d’America, come qualcuno si è affrettato a proclamare dopo le elezioni, prima di inoltrarsi nel deserto dovrà tornare sui suoi passi. E tentare il miracolo di ripescare dal Mar Rosso quei settanta milioni di americani che ancora annaspano nella sconfitta perché senza di loro non andiamo da nessuna parte. Anzi, finiamo tutti insieme a schiantarci contro il muro – rossi e blu, destra e sinistra, complottisti e progressisti.  Mentre gli opinionisti compilano meticolosi elenchi di ciò che abbiamo perduto nell’era Trump – l’innocenza, l’altruismo, il senso morale, il sogno americano, l’orgoglio, la cultura e mi fermo qui – il treno della pandemia viaggia ormai a un’andatura folle. I segnali sono inequivocabili: sarà un inverno da incubo. L’unica luce fioca che s’intravede in lontananza è il vaccino. E non è detto sia il libera tutti. Il furore elettorale sembra avere incrinato una delle poche certezze di questo Paese – la fiducia nei medici e nella ricerca medica. Un anno fa una ricerca del Pew Research Center mostrava che, a prescindere dall’orientamento politico, 74 americani su cento avevano un’opinione positiva dei medici e 68 su cento degli scienziati. Un...

Ferite / Irpinia, 23 novembre 1980

Ero dentro la mia stanza ma non potevo uscire. Avevo le mani seppellite dai mattoni, potevo solo mordere i muri.   °   Il Sud della terra è sotto di noi. È un mondo che parla poco, a volte sta zitto per secoli. Non ascolta nessuno, non ha niente da dire. Noi che portiamo le parole in bocca dobbiamo sempre ricordarci il silenzio enorme che c’è sotto.   °   C’è un attimo in cui il terribile ti entra negli occhi e nel cuore, passa nelle gambe, spezza le tue costole come se fossero coriandoli. Sono quei momenti in cui puoi sconfinare nella morte oppure restare nella vita, vederla, vederti come mai era accaduto prima. °   Quella notte ogni grido era senza firma, era senza ascolto. Ogni grido era lontano come il fiato delle stelle.   °   Avvicinati, ascolta. Questa voce spaccata non viene da una bocca ma da un muro.   °   Ora hanno un respiro rassegnato questi paesi. Non sono più luoghi del sangue, non ci sono più alberi e angoli segreti, e non c’è più una morte che sia solenne, sembrano morire come foglie, come semplici conseguenze di un affanno.   °   Guardami con le mani, vieni presto, non mi interessano i tuoi occhi, voglio che...

Febbre da fieno e L’Invincibile / Il ritorno di Stanislaw Lem

Due uscite, in questi ultimi mesi, ci hanno fatto riavvicinare all’universo narrativo di Stanislaw Lem, grande maestro della fantascienza, noto soprattutto per il suo Solaris, ma quasi del tutto scomparso dai radar delle librerie italiane, forse perché ormai lontano dal gusto dominante. Ben vengano allora questi due volumi, Febbre da fieno, pubblicato da Voland e tradotto da quel Lorenzo Pompeo (anche autore della postfazione) che ricordavamo per la sua traduzione di Sotto l’ala dell’angelo forte di Jerzy Pilch, altro gioiello della narrativa polacca, in questo caso alcolica e non fantascientifica, anch’esso finito nel limbo dei fuori catalogo; e L’Invincibile, pubblicato da Sellerio con traduzione di Francesco Groggia e succosa postfazione di Francesco M. Cataluccio. Sperando che queste due pubblicazioni abbiano fortuna, ci auguriamo di vedere e rivedere altri titoli di Lem. Piccoli, grandi capolavori come Il congresso di futurologia, Cyberiade, Fiabe per robot, che Marcos y Marcos aveva già riproposto qualche anno fa. Ma la lista sarebbe lunga. Vedremo.     Stanislaw Lem, dunque, autore multiforme dal genio multiforme, che già ci confonde fin dalle note biografiche,...

Gli ottant'anni dell'artista / Giulio Paolini a Rivoli: una conversazione

Giulio Paolini compie ottant'anni e festeggia la sua lunga carriera con una mostra di opere inedite al Castello di Rivoli, luogo intimamente intrecciato alle vicende dell'Arte Povera. Così è il lavoro dell’artista, si muove senza requie tra un’infinità di punti collocati nello spazio-tempo, oscillando tra la fine e l’inizio e sempre rinnovando un incessante dialogo tra sé e l’opera. Il titolo della mostra è un indizio certo dei temi che si dispiegano nelle tre sale allestite al secondo piano della residenza sabauda, frutto della stretta collaborazione con la curatrice Marcella Beccaria. Il tema cruciale della visione, la relazione tra supporto e immagine, la storia dell’arte come fonte inesauribile d’ispirazione, l’artista come spettatore sono alcuni dei topoi: molti dei temi che hanno puntellato la ricerca decennale del più borgesiano degli artisti italiani sono racchiusi in questa mostra ricca ma asciutta, che da un lato funziona da compendio a una parabola lunga e fertile, e dall’altra rinnova il desiderio di proseguire un’indagine potenzialmente senza fine.   Partendo da Disegno geometrico del 1960, il primo ambiente ospita la grande installazione composta da nove...

Viaggi 1936-1968 / L'America di Moravia

Che ve ne sembra dell’America? Bella domanda. Se lo chiedeva, già negli anni quaranta, lo scrittore William Saroyan in un celebre racconto dal titolo omonimo. E oggi? Oggi sarebbe appropriato rispondere con un’altra domanda: quale America? Quella meschina di Trump, o quella sommessa di Biden? Quella fanatica e oscurantista della Bible Belt, o quella della cultura delle Grandi Università dell’Ivy League, della scienza, di centri come il MIT, il JPL, il Caltech? E ancora, l’America della East Cost, di New York, o quella della West Coast, di Los Angeles? Quale, dunque?  Cominciando dall’ultima domanda c’è da rispondere con l’ovvietà con cui, da sempre, qualcuno fa presente che “New York non è l’America”, come, altrettanto, non lo è Los Angeles, e nessuna delle due è uguale all’altra, anzi, secondo la percezione che ne hanno i locali (e che aveva avuto anche Andy Warhol), New York non è che un pezzo distaccato di Europa, mentre è Los Angeles la vera polis americana.  Sarà per questo che, fin dall’inizio del secolo scorso, i “viaggiatori letterati” europei hanno prediletto New York e, salvo episodiche, fuggevoli eccezioni hanno preferito giocare su un terreno più o meno...

Una conversazione / Erik Kessels, found photography

Erik Kessels (Roermond, 1966) è un artista e curatore olandese. Ha pubblicato oltre 50 libri di immagini trovate, perse, non reclamate o scarti fotografici di cui si è ri-appropriato. Kessels ha espanso il concetto di found photography da una condizione analogica a una digitale, passando dalle ricerche di fotografie nei mercatini delle pulci ai prelievi di immagini dal web. Nel 2011 insieme a Martin Parr, Joachim Schmid, Clement Cheroux e Joan Fontuberta ha co-curato una mostra dal titolo From Here On (A partire da adesso) per Les Rescontres Internationales de la Photographie di Arles, una mostra che ha incluso più di ottanta autori e che ha fatto il punto sulla creazione postfotografica realizzata sino a quel momento. Photography in Abundance di Erik Kessels, una installazione con riversato a terra il volume di fotografie caricate in Flickr in 24 ore, presentata alla fine del 2011 nel museo FOAM di Amsterdam, è una icona della condizione postfotografica in cui nuotiamo ormai da più di un decennio.   Sara Benaglia e Mauro Zanchi: "Dato che gli strumenti determinano ciò che è possibile fare, essi determinano anche, in una certa misura, ciò che può...

Reddito / Branko Milanovic, Capitalismo contro capitalismo

Leggere di economia mentre tutto sta cambiando (anche) nell’economia non è facile. Libri e saggi che cominciano a trarre bilanci sulla nuova fase – il grande ritorno degli Stati, la crescita del debito pubblico in tutto il mondo, i nuovi equilibri commerciali e geo-economici – sono forse prematuri, si ha l’impressione di tecnici che lavorano ad aggiustare un aereo mentre vola (per citare una frase sentita di questi tempi). Libri scritti prima del grande choc che, tra le tante cose, potrebbe portare un salto di paradigma nella scienza economica – come scriveva qualche mese fa l’Economist, in un articolo intitolato “ricominciare da capo” – potrebbero apparire superati. Così non è però per quei lavori che ci danno gli strumenti per aggiustare l’aereo mentre vola, a partire dall’individuazione dei guasti. E in particolare per quegli economisti che hanno uno sguardo globale, che attraversa le parti del mondo e non ignora le altre discipline.  È il caso del libro di Branko Milanovic Capitalism, alone, uscito nel 2019 e adesso pubblicato in Italia con il titolo Capitalismo contro capitalismo. Il titolo inglese (non ce ne voglia l’editore Laterza che lo ha meritatamente tradotto) è...

Di chi mi devo fidare? / Lino Aldani, 37 gradi di temperatura corporea

Con il rispetto per i morti e per le forze impegnate contro il virus che in questi mesi ha cambiato la nostra vita, questa epoca avrà tra i suoi simboli il termometro.  In passato il nemico era riconoscibile come avversario, questo invece è impalpabile, inafferrabile, etereo, misterioso, non ideologico, immerso nella natura. Di qui il ricorso a chi ne sa di più, all’esperto, alle sue conoscenze e ai suoi ferri del mestiere, e a strategie di ogni genere, inclusi semplici mezzi della tradizione per rilevare il primo segno di pericolo attraverso la febbre, come appunto i termometri.  Cambiano le fogge ma è sempre lui, il termometro a misurare la temperatura e controllare la salute del corpo. È una situazione curiosa in cui l’antico viene in aiuto del moderno, soprattutto in un periodo in cui il dato sanitario programma la vita collettiva. Una situazione che la fantascienza aveva contemplato già in passato, in particolae ad opera di uno scrittore italiano tra i maggiori, Lino Aldani. Nato nei pressi di Pavia, Aldani si trasferisce presto a Roma dove si impegna in diversi mestieri (operaio, barista, bancario, professore di filosofia) prima di insegnare matematica nella scuola...

Locale e globale / Siamo la città appestata, e siamo Edipo

Il distanziamento sociale si impone per ragioni mediche. Tutti vogliamo la fine del Covid, sentiamo la tristezza per le morti e il lutto, il cupo senso di un flagello di cui non si capisce la natura e non si vede la fine. L’ansia ci assimila gli uni agli altri, ma non possiamo abbracciarci e piangere insieme, dobbiamo mantenere una distanza. Ci sono tante testimonianze nel passato di pesti ed epidemie devastanti, da Tucidide in poi, tuttavia, per riflettere su cosa sia la distanza imposta dal contagio, il mito aiuta più della storia e della scienza. All’inizio dell’Edipo Re, con Tebe devastata dalla peste che cerca una via d’uscita dal dolore, Edipo parla ai sudditi. Li chiama “figli, bambini”. Il coro, la città vuole capire come mai un dolore così violento, cupo e continuo sia disceso sulla loro città e il Re, ascoltando il lamento dei suoi “bambini”, si rivolge all’indovino che espone problema: il figlio e assassino del vecchio Re Laio vive tra loro; questo uomo empio, parricida, ora giace con la madre. Edipo è inorridito, promette ai suoi “bambini” di scoprire chi è costui.   Nella tragedia di Sofocle è descritto il cardine della società umana: la proibizione dell’incesto...

San Lorenzo / La spedizione degli Argonauti

“Su tutti gli abissi del mare, soltanto una nave si vede”, così scrive Valerio Flacco descrivendo una delle profetiche sculture che decorano la porta del tempio di Febo nella Colchide, dove sono da poco approdati proprio con quella nave gli Argonauti, il fior fiore degli eroi della Grecia pre-iliadica guidati da Giasone, per sottrarre il prodigioso Vello d’oro al suo attuale possessore, il re Eeta, figlio del Sole, che secondo loro non avrebbe diritto di detenerlo. La nave è Argo, la prima nave secondo certe versioni del mito, la migliore e più veloce secondo altre, ma pur sempre la prima ad avere un suo nome e a sfidare il mare aperto, rotte ignote. Nei tempi antichi le navi erano considerate esseri viventi, con gli occhi dipinti a prua per permettergli di orientarsi sul mare sconfinato. Alcuni dicono che Argo avesse invece una polena a forma di ariete, forse lo stesso del vello d’oro, anche se una cosa non escluse l’altra: nelle strategie apotropaiche abbondare non guasta. Infatti Poseidone, notoriamente possessivo e permaloso, considerava ogni navigazione come un’offesa personale: tanto più nei confronti di Argo che per prima aveva osato violare il suo regno.   Per questo...

Il mondo dell'infanzia / A scuola da Walter Benjamin

È nota la sensibilità di Benjamin per il mondo dell’infanzia e per la Kinderliteratur, aspetti ai quali peraltro non sempre si è dedicata opportuna attenzione. In un momento come l’attuale, sotto l’impatto delle restrizioni imposte dal coronavirus, è parsa venir meno per i bambini e i ragazzi post lockdown la gioia di divertirsi con mezzi di fortuna, in un giardino, in un cortile, su un marciapiede, in un’aula scolastica, e il gusto di stare insieme. Essi sono stati costretti a limitare a ritmi e abitudini quotidiane (o addirittura a rinunciarvi) e a veder modificati i rapporti scolastici che ne scandivano l’esistenza e che erano parte essenziale della loro identità. Perché non chiedersi allora se Benjamin non abbia ‘qualcosa da dire’ anche sul piano formativo e pedagogico, offrendo preziose indicazioni persino a qualche incuriosito maestro di scuola?  Theodor Adorno ha osservato nel suo Profilo di Walter Benjamin (1972): «Ciò che Benjamin diceva e scriveva sembrava far sue le promesse dei libri di favole per l’infanzia, anziché respingerle con la maturità ignominiosa dell’adulto. (…) Chi entrava in consonanza con lui si sentiva come un bambino che scorgesse attraverso le...

Spot e pandemia / Tedeschi: siate pigri!

Circola in rete, con commenti d’ogni tipo nei social, una campagna tedesca di comunicazione tanto ben fatta quanto ambigua. Non foss’altro perché ironica, dunque interpretabile in più modi. Obiettivo della campagna è quello di esortare la popolazione a prestare ulteriore attenzione nei confronti dello stramaledetto virus, restando a casa il più possibile per evitare il diffondersi dei contagi. Facile a dirsi, ce lo ripetono in tanti da mesi! Molto meno evidente come renderlo efficace in termini pubblicitari. L’idea creativa non è male: ripensare a questo nostro 2020 funestato dal Covid-19 a partire da un imprecisato, ma lontanissimo, futuro; e affidarne il racconto a un testimone che ha vissuto quell’epoca (cioè quest’epoca) in modo consapevole, coscienzioso, addirittura eroico. Tre gli spot, tre i testimoni, diversi fra loro ma tutti molto avanti negli anni mentre, intervistati in una specie di documentario storico, inanellano i loro ricordi. Al di là della finzione documentaria, l’idea è interessante perché prova a farci auto-osservare criticamente dal di fuori: un’esteriorità temporale che, rassicurandoci sull’esistenza stessa dell’avvenire (e non è poco), ci restituisce meglio...