Alzheimer, cadere insieme

1 Luglio 2022

“Da dove vieni? Da una goccia maleodorante. E dove vai? In un luogo di vermi e lombrichi!”, declamava reb Moshe con voce lamentosa, citando il detto di Akavya ben Mahalalel dalle Massime dei Padri che amava particolarmente. Con la sua truce verve, nello shtetl in Polonia ai primi del ‘900, il vecchio rabbino ricordava ai suoi sette-novenni allievi quali fossero i miserabili cardini della vita umana. Così racconta Israel J. Singer in La pecora nera (Adelphi 2022, p.61).

Come i piccoli ebrei alla noiosissima lezione del sabato pomeriggio (durante la quale alcuni giocavano a carte), della nostra esistenza all’inizio non abbiamo che una percezione leggera e sfumata, potremmo dire giocosa. Non sappiamo, in quel momento, che le cose sono destinate a complicarsi e irrigidirsi, meno che mai “sentiamo” che possano affievolirsi, finire, spegnersi. È quando cominciamo ad avvertire quello strano odore che inizia come un secondo atto, quello che segue al primo della cosiddetta “vita attiva”, un camminare verso il finis terrae in una sorta di recita in cui è comparso un personaggio nuovo che ci starà accanto continuamente fino all’istante conclusivo. 

E se “il secondo atto” comincia anzitempo, con una improvvisa accelerazione che ti stacca dall’ordinario divenire? È questa la piega specifica nella quale s’incunea la riflessione di Beppe Sebaste nel suo Una vita dolce (Neri Pozza, 2022, pp.217). Il libro è il racconto della vita così come si trasforma al comparire in S., la compagna, della malattia di Alzheimer (AD). Sotto il titolo c’è scritto romanzo, è molto importante, ma lo vedremo dopo.

No, non è un racconto sulla malattia, cioè sì, ma solo di riflesso, come reazione, come allarme assoluto, ultimo, estremo: è il resoconto di quel momento in cui tutta la vita sembra passarti davanti e ne vorresti dare conto, appunto, a te stesso, agli altri, al te stesso di ieri, agli altri di ieri. E lo puoi fare solo tu, perché chi ami e ti sta accanto da lungo tempo si sta perdendo. È così che si fa, in soggettiva, è così che puoi raccontare tutto, dal tetto ai sotterranei, di una vita. L’importante è non derogare mai, mai (pretendere di) raccontare per tutti, pensando di dire a nome di tutti: il destino mio non è che mio (nostro, di noi due). Se rispetto questa regola allora anche il mio destino potrà interessare gli altri, la collettività. 

A me sembra questa la chiave per leggere il bellissimo libro di Beppe Sebaste (d’ora in poi B.). Una folle corsa nella propria vita rivedendone e ripensandone i nodi cruciali, molti dei quali sono squisitamente culturali, diciamo “teorici”; i passaggi di un utile “vagare” gnoseologico tra Oriente e Occidente che man mano sono serviti all’autore per definirsi. E giungere alla consapevolezza più alta, del ritorno di ciascuno di noi all’assenza da cui proveniamo. Un’irrequietudine sistemica, potremmo dire, un nervosismo di idee (che conosco e riconosco) che è stato un propellente essenziale per l’intellettualità di molti cresciuti nei Settanta. Se poi uno (come l’autore) è anche poeta/artista… allora non manca proprio niente per affrontare l’avventura.

Il secondo atto di B. si snoda in dodici capitoli, è sufficiente leggere i titoli per avere intuitivamente un’idea di quanto “variopinto” (proprio il tema dei colori, per altro, è particolarmente pregnante) sia stato sino ad oggi il suo percorso: 1. Storia cornice (come libri in una biblioteca), 2. Fatti di terra (Dante, Krishna, il bar, l’eternità), 3. Il Gange e le coronarie, 4. Colori e altre evasioni, 5. Hotel Posta, la parola “Dio”, la parola “madre”, 6. Piangere, 7. Come se il tempo si ritirasse da, 8. Le illusioni perdute, 9. Lessness, 10. Estasi, beatitudine, volare, 11. Scrivere (“quando l’Assoluto ti fischietta”), 12. Essere o non essere “capaci di intendere e di volere”.

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È un transitare incessante per ogni dove, da un film all’altro, da un autore all’altro, da un pezzo musicale all’altro, un riflettere su riflessioni, fino all’amaro qui adesso, “il concretissimo satori dell’infinito quotidiano a portata di tutti. E mentre mi accorgo, forse per la prima volta, di quello che sto formulando, piango l’adesso che è sempre, il qui che è dappertutto, piango nel riscoprire queste cose fuori da ogni presunzione di sapere, da ogni pretesa di filosofia, perché è della malattia di S. che senza accorgermene sto parlando, del suo sentire, esserci, percepire” (p.46).

Un susseguirsi di emozioni, come il ricordo del gioco del cadere insieme che B. faceva con la sua compagna e madre di suo figlio Cathy Josefowitz, coreografa (scomparsa nel 2014) che proprio al cadere dedicò Quattro pezzi di danza che poi mise in scena alla fine degli anni Ottanta. Allo spettacolo seguirono i dipinti di sedie in cui la sedia è il personaggio che guarda l’assenza, come faceva l’amico Luigi Ghirri ritratto a sua volta in una serie precedente seduto di spalle che guarda il mondo. “La sedia vuota – scrive B. – era la nostra separazione”. “Trasferite sulle tele – continua –, le ‘sedie’ di Cathy dedicate al cadere sono evidentemente preghiere, in presenza e in assenza degli umani. Danza di resurrezione e di attesa, che mostra come la vera trascendenza sia sempre lì, nell’immanenza quotidiana del mondo materiale” (p.81).

Non è un memoir questo libro, a tratti lo sembra, ma è il fluttuare dei pensieri che liberamente si incontrano e si scontrano, e poi sbattono contro la malattia di S., contro il “velo di cemento”, come lei lo definisce, cioè “l’invisibile e spesso insormontabile separazione o estraneità tra sé e tutto il resto, le cose, le parole, i pensieri, e naturalmente se stessa” (p.85). “Con chi arrabbiarmi – dice B. – sospirare, scandalizzarmi a volte con sguardo razionale, cioè terrorizzato, perbenista, ipocrita (l’understanding medio della normalità borghese), dei fallimenti miei e di colei con cui empatizzo? Qualcosa si disintegra e questo mi sta disintegrando a sua volta, e intanto sono lì a dire e a pensare che ‘non si fa così’, ‘parla piano!’, ‘da questa parte’, ‘stai attenta!’” (p.86). 

Non è un libro sull’Alzheimer in senso proprio perché non si impara granché di “tecnico” su questa malattia, il lato strettamente scientifico è lasciato implicito per privilegiare l’analisi del panorama psico-logico di chi direttamente o di riflesso la sta vivendo; del suo manifestarsi, del suo invadere i territori altrui, della “resistenza” che l’istinto di sopravvivenza esprime immancabilmente di fronte alla minaccia di morte. Tra i tanti motivi di interesse culturale, l’istanza istintuale appare qui particolarmente potente, si vede come la pulsione a vivere, davanti a una minaccia, sia sempre un grande atto di luce nelle tenebre. “Se S. fosse per sempre così, se si fermasse a questo grado di ‘dissolvenza’ e ‘frantumazione’ (parole sue, vere e abbaglianti), noi saremmo grati e felici per sempre…” (p.131), scrive B.

C’è un momento apicale in questo libro nel quale tutto sembra trovare giustificazione, dagli svelamenti delle Upanishad indiane all’Io occidentale: la Lessness, quel neologismo che Samuel Beckett coniò nel 1969 come titolo di un suo racconto. B. la utilizza ma capovolgendone il significato: la Lessness, dice, non è “mancanza”, ma piuttosto “liberazione”. “Il senso di lessness non sta nel sentirsi mancanti, ma nell’affermare il sentimento di ‘fare a meno’ di qualcosa (o di quasi tutto). Lo stato di eventuale minorità, o minoritarietà, è una diminuzione più che accettata: invocata. Questo libro potrebbe intitolarsi Lessness, appunto, dice B., perché esprime “la dimensione esistenziale, estetica e politica emanata da questo meno” (p.170). La malattia come sottrazione-affermazione di sé, ecco. 

Sul romanzo, su B.: Sebaste lavora la materia della malattia di S. e della loro vita con un approccio affatto letterario, alternando, come si conviene al romanzo contemporaneo (aggiungo, di qualità), profondità di riflessione (in esplicito dialogo con le “forze” della filosofia), descrizione di ampi scenari umani (storia, dinamiche economiche, flussi culturali contemporanei), persone e personaggi (S. e B., appunto) in dialettica perenne e viva (“Per questo continuo a scrivere. Lei sa che sono alla ricerca di frasi pulite, possibilmente quasi perfette, non per addobbarci ma spogliarci. Approva la disperazione capace di creare e donare energia. Le faccio leggere quello che scrivo e non so che cosa sia, salvo ‘una cosa nuova’. Chi più sapiente di lei, per la quale tutto è ogni volta nuovo e sempre uguale, come il jazz e le carezze?”, p.132).

Una vita dolce è prevalentemente romanzo e come tale va letto, perché sotto questa specie emana tutta la drammaticità del reale che contiene. Ci si potrebbe inoltrare in diverse analisi e riflessioni su questo, ma certamente questo è un libro che incarna perfettamente una sensibilità letteraria attuale, quella che riesce a trovare la giusta modulazione tra finzionale e reale, un equilibrio in cui l’uno non si sottomette e non si sottrae all’altro. Lo ripeto: è così che anche il destino del singolo “potrà interessare gli altri, la collettività”. 

Il problema può essere più importante di quanto non sembri: affrontare una dimensione relativamente nuova della condizione (di salute?) umana può risultare più o meno efficace e “redditizio” in termini di comprensione e, di conseguenza, di “terapia”. La cultura, e la letteratura in particolare, lo possono fare. Il ragionare sulle scelte “espressive” per trasmettere alle persone una nuova consapevolezza sul tema diventa, evidentemente, un fatto cruciale. A fronte di una prospettiva inquietante secondo cui la malattia di Alzheimer avrebbe molte chance di divenire “la vera causa dell’estinzione dell’umanità” (secondo un anonimo insigne neurologo del nostro tempo citato da Sebaste a p.137), la posta in gioco appare ancora più sostanziale (la recente analisi di Byung-Chul Han su Come abbiamo smesso di vivere il reale contiene diversi elementi di riflessione in coerenza con questo, cfr. recensione). 

Qualcosa si sta facendo, non molto per la verità. C’è almeno un altro libro significativo che penso sia utile richiamare, Il tunnel di Abraham Yehoshua (Einaudi 2018), la storia di un uomo, Zvi Luria, che a una certa età comincia a fare i conti con la malattia di Alzheimer e Yehoshua, che è un grande scrittore, racconta la storia del suo paese con tutti i conflitti e le dinamiche che si rispecchiano nella vita di Luria. Ricorderei anche il recente Zucchero bruciato della giovane americana di origini indiane Avni Doshi  (Nord, 2022), storia della grande tensione figlia-madre alla prova del disordine della malattia. Il cinema ci sta provando da qualche tempo, ricordiamo almeno Still Alice, Iris Un amore vero e Una sconfinata giovinezza di Pupi Avati. Diciamo che le armi artistiche potrebbero fare la differenza in termini di efficacia rispetto alla comunicazione scientifica, gli impulsi emotivi nelle nostre società sature credo viaggino molto più velocemente di quelli razionali.

Per intanto qui ci è dato vivere, “In questo albergo sommerso dalla neve, questo luogo da vacanza premio, questo teatro sepolto, [dove] c’è la gente qualunque, ci siamo voi e io, e i nostri sconosciuti vicini di casa” (p.147), e qui forse si tratta semplicemente di accettare, come dice Sebaste, accettare, ad esempio, la quiete cognitiva dell’età che avanza, un luogo “in cui si sta come in un vestito comodo”. 

Insomma: Da dove vieni? Dove vai?, si chiedeva reb Moshe, ecco sì, più o meno lo abbiamo capito, ma per favore, caro reb, lasciaci giocare a carte ancora un po’.

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