A.B. Yehoshua, la risata e le lacrime 

15 Giugno 2022

A.B. Yehoshua, il grande scrittore israeliano e attivista per la pace scomparso a 85 anni, amava l’Italia e ne era ricambiato con pari trasporto. Era un legame, il suo, radicato così nel profondo da essere diventato una vocazione e una seconda natura. Come spesso ha raccontato, ha capito di voler diventare uno scrittore grazie al libro Cuore che il padre gli leggeva ad alta voce e su cui da bambino ha versato fiumi di lacrime. E proprio all’Italia ha dedicato il suo ultimo delicato romanzo, La figlia unica, che nel personaggio dell’adolescente Rachele Luzzatto esplora con sguardo lucido e affettuoso un’identità in bilico fra due culture e la nuova sfuggente normalità generata dai matrimoni misti. 

Un tema rovente nel mondo ebraico e in Israele che in questo tempo governato dalle politiche identitarie non risparmia però nessuno, basti pensare alla questione delle sfumature di pelle nella comunità afroamericana. 

In quest’ultima novella, un vero atto d’amore per il nostro Paese, A. B. Yehoshua ha riversato nel periodo della pandemia la sua nostalgia per un’Italia che a lungo ha frequentato in tanti incontri e festival, dove si è sempre sentito di casa e ha conosciuto uno straordinario successo. Era toccato a lui, seguito da David Grossman e Amos Oz, aprire la strada alla magnifica fioritura della letteratura israeliana negli anni Novanta con un libro folgorante come L’amante (1977) che lo ha imposto all’attenzione internazionale.

Con 13 romanzi, due volumi di racconti fra cui si annoverano classici come Tre giorni e un bambino e innumerevoli interviste, saggi, interventi sui media, Yehoshua non è mai stato il genere di autore che lesina energie o apparizioni – generoso in questo come in certe sue fluviali trascinanti narrazioni.

In questo mare di scrittura ciascuno ha il suo preferito e fra gli appassionati le discussioni da decenni si sprecano. Qui basti però ricordare fra i titoli più noti, tutti pubblicati in Italia da Einaudi, Un divorzio tardivo, storia di un transfuga in America che torna in Israele per sciogliere ogni legame dalla moglie; Il signor Mani, cinque dialoghi che raccontano una famiglia fra Ottocento e anni Ottanta; Cinque stagioni, in cui ritrae lo spaesamento di un uomo dopo la morte della moglie e la sua lenta faticosa rinascita; la saga di Viaggio alla fine del millennio, ambientata nell’anno 999 fra il solare Mediterraneo e il rigore del Nord d’Europa e Il responsabile delle risorse umane, stralunato viaggio nei territori dell’ex Unione Sovietica per dare sepoltura a una donna rimasta uccisa in un attentato a Gerusalemme.

L'amante

Fin dal romanzo di esordio L’amante, pubblicato a quarant’anni, la cifra di Yehoshua si rivela inconfondibile. L’incipit è folgorante "... e noi nell'ultima guerra abbiamo perso un amante. Avevamo un amante, e da quando è cominciata la guerra non lo si trova più, è sparito. Lui e la vecchia ‘Morris’ di sua nonna. Da allora sono passati già più di sei mesi, e di lui non abbiamo saputo più nulla”. 

Quella che segue, sullo sfondo di una Haifa travolta dalla guerra del 1973, è la storia di una famiglia israeliana che si svela in un caleidoscopio di confessioni, rivelazioni e monologhi che senza tregua rifrange e rimodella la realtà sullo sfondo di un paese che inizia a smarrire il senso di comunità che ne aveva segnato le origini. In questo che è il suo romanzo più israeliano, A. B. Yehoshua – così popolare nel suo paese da essere chiamato senz’altro Alef Bet, dalle due prime lettere dell’alfabeto ebraico – anticipa quello che diventerà il nucleo portante della sua narrativa: il tema della famiglia, il gioco delicato di memoria e immaginazione, il paesaggio di coscienza dei personaggi. 

È la grande lezione della letteratura novecentesca che tornerà in Il signor Mani, che considerava il suo libro più importante e in Viaggio alla fine del millennio. Non a caso, in una recensione a dir poco entusiasta il grande critico americano Harold Bloom lo definirà “il Faulkner israeliano” cogliendo in parallelo l’influsso di Joyce. 

Filtrata da una sensibilità diversa e verrebbe da dire mediterranea, la matrice di capolavori Mentre morivo e L’urlo e furore smarrisce però la sua carica deformante e spesso crudele per assumere i toni di un’umanità profonda a cui l’umorismo tenero di Yehoshua infonde un respiro unico. “La risata e le lacrime – dirà lui stesso – sono le migliori vitamine per una buona scrittura”.

il

Questa capacità di ridere di sé e del mondo unita all’attenzione alla famiglia e ai sentimenti che la innervano, sono probabilmente fra le ragioni del suo successo in Italia. “L’Italia – ha raccontato in un'intervista con Pagine Ebraiche – è senza dubbio il paese al mondo in cui i miei libri sono accolti meglio. Mi sono interrogato a lungo sulle possibili motivazioni”. 

“La conclusione a cui sono arrivato è che la ragione risieda nel fatto che anche per gli italiani, come per gli israeliani e in particolare per me e le mie narrazioni, sia la famiglia la chiave attraverso cui interpretare il mondo, a differenza per esempio della Francia dove è il rapporto tra uomo e donna, e della Gran Bretagna dove è la lotta fra classi”.

Il tema della famiglia e della continuità fra le generazioni e la dialettica fra identità, memoria e futuro esplorata in particolare nei libri della maturità sono del resto iscritte nella sua stessa biografia, che è quella di una vita piena, felice e di successo, dirà, ma priva di colpi di scena – se non quelli (clamorosi) dettati dalla Storia. 

Avraham Gavriel Yehoshua (la B. con cui firmerà i suoi libri deriva dal soprannome Buli) è nato nel 1936 in una famiglia sefardita originaria di Salonicco insediatasi a Gerusalemme dai primi del Novecento. Il padre Yakov è autore di numerosi libri sulla comunità sefardita locale di cui ha raccolto le storie e le tradizioni. La madre Malka è immigrata dal Marocco pochi anni prima della sua nascita. 

Cresce nell’enclave di Keren Avraham, fuori dalle mura di Città vecchia, dove vive anche Amos Oz, che di quei luoghi restituirà un ritratto struggente nell’autobiografia Storia d’amore e tenebra. La Palestina è allora sotto il Mandato britannico, ma Yehoshua studia al liceo Rehavia in cui tutte le materie sono insegnate in ebraico moderno, trovandosi così a incarnare il miracolo di una lingua che dai testi sacri rinasce a nuova vita. 

Serve nell’esercito e dopo la guerra di Suez studia letteratura e filosofia all’Università ebraica a Gerusalemme e alla Sorbona a Parigi. Combatte in un’altra guerra, quella dei Sei Giorni. Poi è il tempo della scrittura e dell’insegnamento. 

un

La sua prima raccolta di racconti è pubblicata nel 1962 e dal 1972 insegna letteratura ebraica a Haifa. Una città solare, nel nord d’Israele, sospesa fra il verde e il mare, dove la convivenza fra ebrei e arabi vanta una lunga tradizione e il dialogo è normale. Qui finirà per trasferirsi lasciandosi alle spalle Gerusalemme, la città dell’infanzia, la città della sua lettatura, dove l’atmosfera gli è ormai diventata troppo pesante. 

Intanto ha sposato Rivka Kirsninski, detta Ika, psicologa e psicanalista, scomparsa nel 2016, che sarà sua moglie per 56 anni e diventerà la sua prima lettrice e la sua editor più esigente. È l’amore di una vita. “Lavavo anche i pavimenti per non farmela scappare”, racconterà in molte interviste lui ormai vincitore di massimi premi letterari. E in quest’ammissione divertita c’è tutto Yehoshua – la sua umiltà, la capacità di amare, l’ironia. L’inclinazione, che oggi suona controcorrente, alla vita di coppia. Verrebbe da dire, alla vita.

Anche così si può leggere il suo infaticabile impegno nel dibattito pubblico e per la pace. A lungo schierato a favore di due Stati (“uno stato binazionale è il modo sicuro per uccidere la nazione israeliana”, dirà a Haaretz nel 2008), nel 2018 denuncia con coraggio il fallimento di quella prospettiva senza timore di chiamare in causa gli Stati Uniti, secondo lui responsabili di non aver spinto Israele in quella direzione. 

“Proprio mentre il termine ‘stato palestinese’ sta diventando un elemento fisso della sfera internazionale – scrive – sembra che questa visione non sia più possibile nella pratica e dobbiamo provare a esaminare la situazione con onestà intellettuale e considerare altre soluzioni”. La separazione fra i due popoli gli appare ormai impraticabile e smantellare gli insediamenti impossibile (in passato aveva esortato ironicamente i coloni “a tornare allo Stato d’Israele. Anche esso fa parte della Terra d’Israele”). 

“Dobbiamo riuscire ad arrestare questo apartheid”, dirà nel 2019 al Festival letteratura di Mantova riferendosi alla Cisgiordania. “Dobbiamo passare da uno Stato ebraico a uno stato israeliano, questo è il concetto chiave".

la figlia unica

È una svolta tanto più significativa se si considera che l’identità ebraica e israeliana è per Yehoshua un elemento centrale in chiave sia personale sia letteraria. “Essere israeliano è la mia pelle, non è una giacca”, dirà nel 2006 a un simposio dell’American Jewish Committee. E l’idea, sostenuta in molti incontri e scritti, che l’unica via per un’identità ebraica autentica passi per Israele: per un’adesione totale e irrinunciabile, diversa da quella possibile dalla Diaspora, dove quell’identità può essere indossata o smessa come un capo di vestiario.

Nel suo romanzo italiano di commiato, Yehoshua torna su questo terreno e ancora una volta lo rilegge e lo ricompone alla luce del futuro e della speranza. Mentre la morte del padre per cancro si fa imminente, la solitudine della figlia Rachele, per metà ebrea, cresce e nel dolore il suo legame con l’ebraismo si avvia a divenire il perno della scelta di un’identità altra. Fino all’ultimo la scrittura è stata un conforto per Yehoshua, che pure colpito dalla recidiva di un tumore aveva iniziato a scrivere il seguito di La figlia unica. Doveva essere un’altra novella breve ma non ce l’ha fatta, ora sta noi provare a immaginare quel finale.

 

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